Crimine organizzato ma senza “mafia”. L’ombra della ’ndrangheta c’è sempre

La sentenza Le motivazioni della condanna a 19 persone per spaccio di droga, armi, estorsioni. «Sul Lario una criminalità strutturata ma “imprenditoriale”, capace di adattarsi al territorio»

Una sentenza che non assolve, e lo dicono le pene (pesantissime), ma nemmeno condanna fino in fondo. Racconta una storia criminale dettagliata, la mette in fila con pazienza investigativa, ne riconosce i tratti tipici — droga, armi, intimidazioni, rapporti stabili — ma che, al momento decisivo, non affonda il colpo fino a parlare apertamente di ‘ndrangheta.

Le motivazioni

Eppure le motivazioni che hanno portato a 19 condanne, a seguito dell’operazione della Polizia che svelò due gruppi criminali attivi nella nostra provincia, descrivono un contesto che ha tutti gli elementi di un’organizzazione criminale strutturata, inserita nel Nord Italia e con chiari richiami alla ’ndrangheta: continuità delle condotte, divisione dei ruoli, capacità di controllo del territorio, relazioni che non sono episodiche. Un quadro che, nella narrazione giudiziaria, non viene mai negato. Al contrario, viene minuziosamente ricostruito. Eppure, quel quadro non diventa mai davvero “sistema”. E questo nonostante il giudice delle indagini preliminari metta nero su bianco che lo sviluppo delle indagini è centrato (almeno in partenza) sull’idea di un sodalizio con derivazione mafiosa e descriva addirittura tre direttrici investigative legate a gruppi ed aree riconducibili a contesti ’ndranghetisti.

L’indagine della Squadra Mobile di Como aveva portato a trenta arresti. La maggior parte degli imputati ha scelto il rito abbreviato. Tra loro le due figure principali, i perni dei due gruppi criminali individuati dalla Polizia: Vincenzo Milazzo, «promotore e organizzatore» di un’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, con un ruolo operativo centrale nella gestione della rete di approvvigionamento e distribuzione con base nella zona dell’Erbese, e Marco Bono, che oltre allo spaccio si dedica anche all’usura, alle estorsioni, alle intestazioni fittizie, alle frodi nel settore dei carburanti a cavallo tra la provincia di Como e quella di Varese.

Dalla lettura della motivazione emerge un mondo criminale stabile, strutturato e radicato nel territorio comasco, capace di gestire traffici di stupefacenti, armi, denaro e attività economiche, ma che – secondo il giudice – non integra in modo generalizzato l’associazione mafiosa, se non in episodi circoscritti.

Il gip parla esplicitamente di «sodalizi dotati di una propria struttura organizzativa stabile» e di «ripartizione dei ruoli tra i sodali», sottolineando la continuità dell’azione criminale e la capacità di operare in modo coordinato nel tempo. È questo il filo rosso che attraversa l’intera sentenza. Parla di «connessioni con soggetti ritenuti intranei o vicini a nuclei di ’ndrangheta» e colloca parte delle vicende in un «humus ’ndranghetista». Tuttavia, la motivazione è prudente: il riferimento al metodo mafioso resta episodico e circoscritto, legato a singoli capi d’imputazione e a specifiche condotte. Emblematico il caso di Luigi Vona, già condannato per associazione mafiosa in quanto capo della locale di Canzo-Asso, citato come precedente individuale che non viene esteso agli altri imputati.

Criminalità imprenditoriale

La sentenza restituisce l’immagine di una criminalità strutturata ma “imprenditoriale”, capace di adattarsi al territorio e di muoversi tra droga, armi e affari, senza però raggiungere – salvo eccezioni – il livello di associazione mafiosa in senso pieno. È un mondo criminale che vive di relazioni, di fiducia interna e di violenza potenziale, ma che il giudice incasella giuridicamente nei confini dell’associazione per delinquere e dei reati-fine, lasciando sullo sfondo – ben visibile– l’ombra della ’ndrangheta.

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