«Droga pagata col reddito di cittadinanza». Così i clan fanno affari e seminano paura

La sentenza Le motivazioni delle condanne a personaggi considerati vicini alla ’ndrangheta. Usura, estorsione e traffico di cocaina. «Porta 5 litri di benzina che gli mandiamo tutto all’aria»

Lettura 2 min.

Dosi di droga pagate con il reddito di cittadinanza, prestiti a tassi d’usura, pestaggi e minacce. Così i clan facevano (e fanno) affari nella nostra provincia. I retroscena dei loschi giri di denaro da parte dei personaggi legati ad ambienti ’ndranghetisti emergono dalle motivazioni della sentenza che ha portato a una serie di condanne, per reati che vanno dallo spaccio di droga all’usura, dalle minacce all’estorsione, che hanno coinvolto alcuni degli imputati dell’operazione condotta lo scorso anno dalla Squadra mobile di Como. Due i gruppi sui quali si è concentrata l’attenzione degli inquirenti: nella zona di Erba, attivi soprattutto nel giro di armi e di droga, e nella zona tra Olgiatese e Bassa Comasca, dove avvenivano anche prestiti a tassi d’usura.

Usura ed estorsione

La vicenda sicuramente più eclatante riguarda le minacce e le botte rivolte a un imprenditore in difficoltà da Giovanni e Giacomo Pirrottina, padre e figlio legati a un uomo legato alla’ndrangheta della zona di Cadorago e dintorni, Marco Bono. Attraverso un avvocato brianzolo, il gruppo di Bono aveva prestato 50mila euro chiedendo però una restituzione con interessi del 30% al mese. E quando il gruppo dei Pirrottina si è visto dare a garanzia degli assegni protestati, la reazione è stata violentissima: «Sono qua con sti porci!! Con l’avvocato e con l’altro... Porta cinque litri di benzina che qua gli mandiamo tutto all’aria». E poi: «Ieri una guerra .... L’abbiamo ammazzato di botte con Giacomo».

Nel corso del processo, l’imprenditore ha cercato di minimizzare la responsabilità di padre e figlio. Ma anziché portare a un’assoluzione, questo comportamento ha convinto ancor di più il Tribunale di Como della pericolosità degli imputati: «La contraddizione tra la paura espressa in tempo reale (attraverso le intercettazione ndr) e le minimizzazioni dibattimentali» impone di fondare la decisione sulle fonti più vicine ai fatti. Contraddizione che dimostra una «perdurante soggezione psicologica verso i soggetti coinvolti».

La droga

Ma oltre le botte e le minacce e i soldi prestati a interessi usurai, la ’ndrangheta e gli ambienti a lei vicini (nessuno degli imputati è stato condannato e accusato per associazione a delinquere di stampo mafioso, anche se a tutti o quasi è stata contestante l’aggravante mafiosa) continua a fare affari soprattutto con la droga. In questo Marco Bono aveva escogitato modalità clamorose. Raccontante, a processo, da Fernando Capobianco, detective della Mobile di Como: «Il teste - si legge nelle motivazioni - riferiva che il pos del distributore veniva utilizzato non soltanto per pagamenti leciti di carburante, ma anche per pagamenti collegati a sostanza stupefacente, interessi usurari e altre operazioni illecite; venivano inoltre richiamate carte collegate al reddito di cittadinanza, talvolta trattenute da Bono e utilizzate per scalare il prezzo della droga».

La sentenza finale ha condannato Michele Filippo Cutrì, a 12 anni per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e concorso nella gestione di un carico di due chili di cocaina arrivato dalla Calabria alla Brianza; Giacomo Pirrottina, 11 anni e 4 mesi: partecipazione all’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, usura ed estorsione aggravata dal metodo mafioso; Giovanni Pirrottina, 9 anni per usura ed estorsione aggravata dal metodo mafioso; Nicodemo Macrì, 8 anni e 6 mesi: per spaccio di cocaina; Mario Polito, 8 anni per cessione a Vincenzo Milazzo di mezzo chilo di cocaina, avvenuta a Valbrona il 28 maggio 2020. Infine Ibrahim Zabzuni, 6 anni e 6 mesi sempre per droga, nell’Erbese.

© RIPRODUZIONE RISERVATA