«Ero su una panchina, ho sentito una mamma chiedere aiuto. E mi sono tuffato nel lago»
Il racconto La settimana scorsa ha salvato un bimbo davanti al Tempio - Ora Hakim si trova in difficoltà: «Non ho più un posto in cui stare»
Lettura 2 min.«Ero seduto sulla panchina, ho sentito una mamma che gridava “aiuto”. Gli altri che c’erano hanno preso il cellulare per riprendere e non hanno fatto nulla... nel lago, a quindici metri dalla riva, c’era una testa che andava sott’acqua e poi risaliva». Inizia così, all’ombra di un albero, seduti su una panchina di fronte al Comune di Como, il racconto di Hakim Mrabet, 45 anni di Casablanca in Marocco e regolare in Italia.
E’ lui l’uomo che la scorsa settimana ha salvato il bambino di nove anni che stava per annegare davanti alla madre nella solita spiaggetta del Tempio Voltiano. Alla domanda banale, iniziale, per entrare nel racconto di quanto accaduto, «Nuoti bene?», risponde con un sorriso: «Mica tanto... ma quel bambino stava per annegare». Ed è stato a quel punto che Hakim, che era seduto su una panchina, si è fatto male ad una caviglia, tanto da girare ancora oggi - «non ho nemmeno una stampella» - con una vistosa fasciatura.
«Avrei potuto aggirare il muro per entrare nella spiaggetta dal Tempio Voltiano, ma sarei arrivato troppo tardi. Nessuno faceva niente, quindi sono saltato dal muretto direttamente in spiaggia ma mi sono distorto la caviglia appoggiando male il piede. Poi sono entrato nel lago per raggiungere il bambino. Quando l’ho raggiunto e preso, mi ha abbracciato. Ho avuto un po’ di paura, a dire il vero, di non riuscire a tenerlo». Poi, una volta a riva, il quarantacinquenne marocchino ha iniziato anche le prime manovre per fare espellere acqua al bambino, che già aveva bevuto. «La polizia è stata la prima ad arrivare, sono stati velocissimi e molto gentili con me, poi è arrivata anche la polizia locale e il 118. Parlavano al bambino, ma non ricordava nulla di quello che era successo».
A richiamare l’attenzione di Hakim erano state le grida della madre. «Sì, era in acqua con altri bambini, dove il lago è basso. Poi ho girato lo guardo e ho sentito delle urla. Ho provato a guardare meglio e in mezzo al lago ho solo intravisto una testa che andava sotto».
Un gesto da applausi, quello di Hakim, che gli ha lasciato tanto orgoglio ma anche conseguenze: «Ho perso le chiavi del mio furgone, credo nel lago, e con questa caviglia non riesco a lavorare – dice –. Per questo sono venuto in Comune, per chiedere un aiuto, non so come fare e a chi rivolgermi. Sto aspettando un risposta. Non voglio niente di particolare, solo che mi aiutino a superare questo periodo fino a quando tutto sarà a posto. Dormivo nel mio furgone, ma ora non ci posso più entrare. E’ a Ponte Chiasso. Dopo che mi hanno dimesso dall’ospedale ci sono andato a piedi, fino a Ponte Chiasso, con la caviglia che mi faceva male. Ora però non ho un posto dove stare, non ho più le chiavi del furgone, e per fortuna una signora gentilissima mi ha recuperato e tenuto almeno il marsupio».
Una richiesta discreta di supporto, nella speranza che possa essere accolta dopo un gesto di cuore e di altruismo che ha strappato dalle acque una giovane vita che stava per finire inghiottita dal lago.
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