Garibaldi e i Mille valgono
un romanzo
Il libro dedicato ai protagonisti della spedizione da Lorenzo Pavolini dimostra che il Risorgimento si presta a narrazioni efficaci e di successo. D’altro canto prima del “Nome della rosa” anche il Medioevo sembrava privo di appeal
Con “Mille” (Marsilio, 2025, geniale il sottotitolo: «o poco più») Lorenzo Pavolini smentisce sul campo un’odiosa vulgata: che il Risorgimento sia poco appetibile dal punto di vista narrativo.
L’asserzione, infatti, sembra più una leggenda che si autoalimenta che un vero giudizio critico, anche perché niente è di per sé “poco” narrativo. Certo, è vero che, dati alla mano, non sono moltissimi i romanzi sul Risorgimento in senso stretto (“Il Gattopardo” rimane il vertice, ma è forse un caso a sé), sempre un po’ defilati, e spesso usciti in occasione di ricorrenze e anniversari, o comunque in anni contigui: “La battaglia soda” di Luciano Bianciardi (1964), “Noi credevamo” di Anna Banti (1967), “Il prato in fondo al mare” di Stanislao Nievo (1975), fino ai più recenti “I traditori” di Giancarlo De Cataldo (2010), “1849. I guerrieri della libertà” (2019) e “Gli anni del coltello” (2021) di Valerio Evangelisti.
Inoltre, a livello di ricezione significative restano le parole di Giancarlo De Cataldo, rilasciate all’indomani dell’uscita di “Traditori”: «Nelle redazioni dei quotidiani, quando vogliono fare fuori qualcuno, lo mandano a occuparsi della Locride. Il Risorgimento? È la Locride della narrativa»; e ancora: «Quando io stesso andai dal mio editore e dissi “Voglio scrivere un romanzo sul Risorgimento” ci furono conciliaboli, poi mi dissero “Te lo facciamo scrivere perché sei tu, ma il Risorgimento è uno di quei temi di cui non importa nulla a nessuno”». Dichiarazioni che sembrano dei clamorosi autogol, in fondo. Ne è una riprova il recente successo di critica e pubblico del romanzo “Il contrabbandiere di libri” di Pietro Berra (Tipografia Helvetica, 2021) che si svolge proprio nei nostri territori, con l’incredibile storia di Luigi Dottesio, vero e proprio martire della libertà di stampa.
Del resto, prima del “Nome della rosa” (1980) di Umberto Eco anche il Medioevo era considerato una terra di nessuno - narrativamente parlando. E anzi, rispetto al lunghissimo e dispersivo Medioevo, con il Risorgimento siamo pure avvantaggiati.
I testi dei protagonisti
Intanto, esiste una narrativa risorgimentale, fatta dagli stessi protagonisti, che vanta nomi illustri come Silvio Pellico, Luigi Settembrini, Giuseppe Cesare Abba, Massimo D’Azeglio, Ippolito Nievo (“Le mie prigioni”, “Da Quarto al Volturno”, “Le confessioni di un italiano”), ancora oggi assolutamente godibile, per non parlare di uno scrittore dall’indiscutibile fiuto narrativo, Alexandre Dumas, grande ammiratore di Garibaldi, che raccontò con entusiasmo.
E poi, quello che più conta, il Risorgimento è un tesoro narrativo eccezionale. Stiamo solo all’impresa dei Mille, che è un po’ la punta dell’iceberg, l’evento più noto: ognuno dei Mille (o poco più) ha una vita avventurosa, insomma una storia da raccontare, come svela il sito “Nascita di una Nazione” (https://i1000.altervista.org).
La misteriosa fine di Nievo
Vi potete sbizzarrire a scoprire vicende incredibili. La più nota è senz’altro quella di Ippolito Nievo, che naufragò con il piroscafo Ercole, inghiottito dalle acque e mai più ritrovato (primo attentato di Stato secondo Pier Paolo Pasolini: Nievo aveva con sé la cassetta con le fatture delle spese della spedizione, già chiacchieratissima). Ma ce ne sono moltissime altre.
C’è, ad esempio, Luigi Adolfo Biffi, il più giovane garibaldino, un quattordicenne scappato di casa che, eludendo i controlli, si imbarcò nonostante la giovanissima età, per poi venire subito colpito in fronte a Calatafimi.
C’è Augusto Povoleri, che dopo l’impresa tornò a imbarcarsi come medico su una nave che trasportava emigranti in America del Sud, e a soli trentadue anni morì in mare al largo di Alicante.
C’è Stefano Siccoli, che a causa della gamba amputata in Perù venne escluso dai Mille, ma raggiunse lo stesso la Sicilia e sfilò a Napoli a cavallo.
Pavolini recupera proprio una di queste figure: quella di Giovanni Pantaleo, un frate minore francescano che, travolto dalla passione civile, si unisce alla spedizione, diventando un imprescindibile punto di riferimento per Garibaldi. Giovanni ha voce di tuono ed è un gran predicatore. È una figura sfaccettata: accetta la battaglia e la possibilità di uccidere (durante un assalto la croce che regge viene addirittura scheggiata a un braccio e quell’immagine monca diventa il simbolo della sua stessa esistenza, riprodotto nei biglietti da visita), anche se è convinto che «alla fine tutti siamo fratelli di tutti e non si sarebbe dovuto massacrare birri e traditori, solo legarli per bene e portarli dalla nostra parte».
Giovanni ha un carisma che affascina Garibaldi, un uomo dalla complessa personalità - il condottiero non ama, in teoria, gli uomini di Chiesa, convinto che il “pretismo” sia la culla di ogni dispotismo, salvo poi farsi accompagnare da diversi religiosi, come il barnabita Ugo Bassi, padre Alessandro Gavazzi e Giovanni Verità, farsi raffigurare nelle vesti di Garibaldi benedicente, quasi un santo, e proclamare: «Io sono della religione di Dio, padre dell’umanità intiera».
Passato e presente
Il romanzo di Pavolini ha un’elettrizzante andatura picaresca, tra battaglie, scontri, cavalcate, incontri e conciliaboli vari, colpi di scena e amori (fra Pantaleo si sposerà pure). Eccone un assaggio (con tanto di memorabile cammeo): «E mentre “noi” consumavamo il cammino descritto – via Salemi, Calatafimi, Alcamo e Partinico –, Dumas bordeggiava serenamente, attardandosi in tavolate luculliane nei roseti di Nizza, sparacchiando sulle balene al largo della Corsica, catturando cinghiali nella baia di Arzachena, cucinando “bouillabaisse” di tartarughe, zigzagando tra Ustica, le Egadi e il Golfo di Castellammare».
Ma come rendere attuale tutto ciò – ed evitare la famigerata Locride? Pavolini lo fa in due modi, uno più evidente, l’altro più sottile e quasi carsico. Nel primo l’autore innesta sulla parte risorgimentale una narrazione parallela nel nostro presente, nel 2025 del Giubileo, che vede la città di Roma piena di religiosi. In questa sezione c’è anche una suora fumatrice soprannominata Garibaldi e un bagno finale rivelatore. Ma forse il vero colpo di genio è il secondo modo, quando Pavolini fa precipitare il “nostro” presente nel “loro” passato, creando dei cortocircuiti che rendono “Mille” anche una nuova proposta di racconto: l’allusione alle «Sardine» ma nella Bologna di Pantaleo, o sempre in riferimento al frate un «Anna verrà» secoli prima di Pino Daniele, o l’accenno a Booking nel bel mezzo di una descrizione risorgimentale, o le tante parole di partigiani o scrittori come Pasolini e Fenoglio messe in bocca ai garibaldini. Insomma, come rendere l’impresa dei Mille un azzardo narrativo degno dei migliori film di Christopher Nolan.
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