«Ha sottratto i soldi del fallimento». Avvocato condannato a 2 anni e 8 mesi

La sentenza Penalista comasco giudicato colpevole di peculato e simulazione fraudolenta. I giudici di appello hanno dimezzato la pena inflitta in primo grado. Due anni a un suo cliente

Stando al giudice che lo ha condannato in primo grado, la prestazione professionale dell’avvocato nell’ambito dell’assistenza di due clienti per un fallimento, è stata «frutto di frode e non certo di esercizio del diritto di difesa». Secondo il suo legale si tratta invece tutto «di un travisamento», a fronte di un «comportamento corretto». Per i giudici d’appello, il professionista comasco è colpevole di peculato e di simulazione fraudolenta di crediti nella bancarotta.

L’avvocato comasco Giancarlo Ferrara è stato condannato in secondo grado a 2 anni e 8 mesi di carcere, una pena ridotta della metà rispetto a quella inflitta a Como. Due anni di reclusione (con la sospensione condizionale della pena) anche per il costruttore Giovanni Dell’Oca, cliente di Ferrara e pure lui accusato di concorso in peculato. Vicenda ingarbugliata, quella che ha portato alla seconda condanna da parte di un giudice di merito delle vicende indirettamente collegate al fallimento milionario della Al.Gi. Project di proprietà dei fratelli erbesi Alessandro e Gian Luca Pina.

Il giudice: la condotta dell’avvocato Ferrara è stata «frutto di frode e non certo di esercizio del diritto di difesa»

L’avvocato Ferrara, nell’ambito di quella procedura, aveva presentato insinuazione al passivo per conto di due suoi clienti (tra i quali l’imprenditore immobiliare Giovanni Dell’Oca), insistendo per ottenere il pagamento di un credito di quasi 800mila euro. Peccato che, secondo quanto ricostruito dalla Procura di Como, in realtà quel denaro era già stato restituito attraverso il pignoramento di un immobile in Svizzera. Nonostante questo l’avvocato comasco, sempre stando alle contestazioni - confermate dai giudici di merito - non avrebbe rinunciato all’insinuazione al passivo del fallimento. Scrivendo tra l’altro al curatore: «Nulla è stato riscosso dalla società fallita né prima né dopo il fallimento né tantomeno in Svizzera». Che in sé era anche vero, visto che i soldi sarebbero arrivati direttamente da uno degli amministratori e non direttamente dalla società.

Tra le anomalie sottolineate da giudici e pubblico ministero, il fatto che lo stesso legale abbia particolarmente insistito con il curatore fallimentare perché gli assegni di liquidazione passassero da lui, piuttosto che finire direttamente ai clienti. Assegni che, prima di essere ammessi all’incasso, sono stati sequestrati dalla Procura di Como. Su questa partita civilistica, pende un ricorso in cassazione dopo che il primo grado ha dato ragione dal fallimento.

La difesa: «Esistono questioni di diritto e di travisamento del fatto particolarmente importanti. Leggeremo le motivazioni e faremo ricorso in Cassazione»

Tornando alla condanna in appello, secondo l’avvocato Walter Gatti, che ha difeso il collega Ferrara, «esistono questioni di diritto e di travisamento del fatto particolarmente importanti. Leggeremo le motivazioni e faremo ricorso in Cassazione». I giudici, oltre alla reclusione, hanno anche confermato la sentenza di primo grado, condannando Ferrara a pagare al fallimento (rappresentanto in udienza dall’avvocato Alessandro Villa) 28mila euro, mentre a carico di Dell’Oca il risarcimento del danno è stato stimato in 20mila euro.

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