Il ministero nega il bonus ai prof precari. Poi però perde tutte le cause. E paga

Giustizia A Como da inizio anno non meno di una cinquantina di ricorsi al giudice del lavoro. Al centro c’è sempre la “Carta docente”, vale a dire 500 euro da destinare alla formazione

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Per anni hanno fatto lezione nelle stesse classi, con gli stessi programmi, gli stessi obblighi e gli stessi doveri dei colleghi assunti a tempo indeterminato. Ma quando si trattava di formazione professionale, aggiornamento e acquisto di strumenti didattici, per il Ministero dell’Istruzione quei docenti diventavano improvvisamente insegnanti di serie B.

E così decine di precari hanno dovuto fare causa allo Stato per ottenere un bonus che spettava loro di diritto, la cosiddetta “Carta docente”: 500 euro all’anno destinati alla formazione. Una vicenda che oggi, almeno a Como, sta assumendo dimensioni quasi paradossali. Perché il Ministero, nelle cause intentate dai precari, continua a costituirsi in giudizio e a perdere, pagando non soltanto il bonus che ha sempre negato, ma anche spese legali, interessi oltre i costi per l’intasamento di cause di lavoro “fotocopia”.

Le oltre cinquanta sentenze emesse dall’inizio dell’anno dal Tribunale di Como, raccontano tutte la stessa storia. Docenti precari esclusi dal beneficio e giudici che, regolarmente, riconoscono l’illegittimità di quella esclusione.

«Ricorso fondato»

In una delle sentenze si legge che la lavoratrice «si duole di essere stata espressamente e illegittimamente esclusa, in quanto titolare di contratti di lavoro a tempo determinato» dalla carta elettronica per la formazione. E in tutte che «il ricorso è fondato e, pertanto, deve essere accolto». Una formula che ritorna quasi ossessivamente nelle sentenze comasche.

Ci sono ricorsi da 500 euro, altri da 1.000, 1.500 fino a 2.500 euro a seconda degli anni di ostinato diniego del bonus. Soldi che i docenti chiedono per annualità durante le quali hanno lavorato regolarmente nelle scuole pubbliche, spesso per anni consecutivi. In alcuni casi con supplenze annuali, in altri con contratti a termine reiterati per lunghi periodi.

In una delle pronunce il giudice lo sottolinea, ricordando come la docente che ha intentato causa avesse lavorato «con oneri e responsabilità in nulla inferiori a quelli dei colleghi di ruolo». In un’altra si sottolinea che la formazione continua «costituisce non soltanto un diritto ma anche un dovere per tutto il personale, sia di ruolo che non». Il punto centrale è proprio questo: lo Stato ha continuato a sostenere in Tribunale che il bonus dovesse spettare solo agli insegnanti di ruolo, nonostante una giurisprudenza consolidata e a dispetto di numerose pronunce che parlano apertamente di discriminazione tra lavoratori a termine e lavoratori assunti stabilmente.

La condanna

Nel frattempo però la macchina pubblica ha continuato a muoversi. Avvocatura dello Stato, funzionari, udienze, fascicoli, notifiche, sentenze. Con il risultato che per evitare di riconoscere subito somme relativamente modeste, l’amministrazione si è ritrovata a moltiplicare i costi (pubblici) del contenzioso. E il paradosso emerge proprio leggendo le sentenze. In diversi casi il Ministero si costituisce in giudizio «eccependo l’infondatezza in fatto e in diritto delle domande» e chiedendo il rigetto delle richieste dei docenti. Poi però arriva regolarmente la condanna. Eppure in una delle cause discusse a Como, addirittura, durante il procedimento l’amministrazione ha finito per accreditare il bonus richiesto, portando alla cessazione della materia del contendere per una delle annualità contestate. Un’ammissione indiretta che fotografa bene la fragilità della linea difensiva sostenuta per anni. La questione, ormai, non riguarda più soltanto i 500 euro della carta docente. Ma il costo complessivo di una strategia difensiva portata avanti anche quando l’orientamento dei Tribunali appariva già chiaro. Un meccanismo che rischia di trasformare un diritto negato in una catena di spese pubbliche: prima per resistere alle cause, poi per perderle.

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