«Il mio bisturi tra i feriti di guerra. Che spot per la pace»

La storia Dopo 15 anni di lavoro all’ospedale Sant’Anna il chirurgo Angelo Maria Calati lascia per limiti di età. «Ho vissuto momenti belli, ma al fronte è un’altra cosa»

Como

Curare i feriti in guerra? «È il miglior spot per la pace». Dopo quasi 40 anni in sala operatoria e più di 4mila interventi all’attivo, Angelo Maria Calati appende il bisturi al chiodo.

Varesino, 67 anni, diploma classico e laurea in medicina a Pavia, fatta esperienza al San Paolo e all’ospedale di Circolo lo specialista è arrivato al Sant’Anna più di quindici anni fa, aprendo di fatto la chirurgia toracica, reparto prima in convenzione con altri centri lombardi. Come medico maggiore in riserva Calati ha seguito l’esercito in guerra, in Iraq e in Kosovo, insieme all’ordine di Malta ha visto da vicino cosa significano trincee e bombe.

«Prima nel Golfo, poi in ex Jugoslavia, erano i primi anni duemila, quando ancora gli italiani avevano diversi fronti d’impegno – racconta il medico in pensione da aprile – non era una vita comoda, ma conservo dei ricordi toccanti. Quegli scenari, con tanti soldati e civili coinvolti, necessitavano di tanti medici specializzati in chirurgia, anestesia, emergenza, ortopedia, insomma le conoscenze più utili in guerra. Io ho iniziato nel 2000 con l’Ordine di Malta, domandando di volta in volta il permesso agli ospedali presso cui lavoravo di partire. E ancora oggi, superati i limiti di età, sempre pro bono sostengo le attività caritatevoli dei colleghi». La guerra incombe oggi più di ieri, quei conflitti sembrano più vicini ed estesi, spaventosi.

«Lavorare dentro a un conflitto è un mestiere diverso rispetto all’impegno da sanitario in un reparto normale – spiega Calati – il contesto purtroppo è molto differente. I nostri ospedali sono pur dotati di un piano per gestire le maxi emergenze, in caso di incidenti, calamità, per fronteggiare un iper afflusso improvviso di pazienti acuti. In guerra invece queste situazioni sono frequenti, con dei mezzi ridotti di cui disporre bisogna resistere a situazioni ripetute ed eccezionali. Oggi dobbiamo pregare, sperare e impegnarci perché la guerra non arrivi anche qui. Chi ha vissuto quel dramma, forse più dei tanti che non hanno mai sofferto un vero conflitto, può testimoniarne l’assurdità. Curare i feriti in guerra credo sia la migliore pubblicità per sostenere la pace».

Calati ha tolto un proiettile dal torace di una ragazza irachena che ha convissuto per sei anni con quel bossolo in corpo. È stato in Abruzzo, in Emilia romagna con la protezione civile quando la terra si è messa a tremare.

Ma l’impegno del chirurgo volto noto dell’Asst Lariana non si è esaurito sul fronte di guerra. «No, al Sant’Anna ho vissuto dei momenti davvero belli – racconta sempre Calati – sono convinto che il nostro ospedale abbia al suo interno grandi capacità, competenze e professionalità. Certo è vero che in questo momento storico la sanità è in difficoltà, soprattutto perché mancano specialisti, operatori, medici e infermieri. Il problema è generalizzato sia chiaro. È un fatto di vocazioni, almeno per alcune specialità, ma anche di fuoriuscite, per età e per possibilità. Verso i privati, in particolare qui tanti da Como e Varese guardano alla Svizzera. Diciamo che la professione del medico in ambulatorio o un corsia tanti anni fa era considerata un traguardo, un orgoglio, una responsabilità importante. Non è il mio mestiere analizzare i motivi del mutato scenario, ma è un fatto che questa professione oggi è guardata e percepita in modo diverso». La responsabilità nei confronti dei malati e dei pazienti non è cambiata, Calati ha operato più di 4mila persone. «Io sono stato in servizio nella Chirurgia Generale, ma di fatto al Sant’Anna ho portato le mie conoscenze di Chirurgia Toracica – dice il medico – un reparto che prima a Como mancava. Ed è un lavoro di cui vado fiero, spero di aver dato un contributo, per esempio sulle tecniche mini invasive, prezioso per tutto il nostro territorio».

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