«Il mio Luigino campione generoso e immortale»

L’intervista Maria, sorella di Gigi Meroni: «Mi stupisce l’amore che la gente prova ancora per lui. Il giorno del funerale i carcerati di Torino mandarono una corona di fiori»

Gigi Meroni non è mai morto. Per averne conferma le strade sono due. O si va a fargli visita al cimitero, tomba subito a sinistra della cappella del monumentale, e ci si mette a contare i fiorellini e i biglietti dei tifosi, degli amici o di qualche compagno di squadra (recente quello dell’amico Nestor Combin, centravanti franco argentino che la settimana dopo la sua morte insisté per giocare il derby nonostante la febbre rifilando alla Juve tre gol), oppure ci si presenta a disturbare direttamente a casa, nell’appartamento che il “Luigino”, come lo chiamavano in famiglia, acquistò per sua madre e nel quale, ancora oggi, abita sua sorella Maria. «Ogni tanto gli passo davanti e gli parlo», dice lei indicando una bellissima fotografia in bianco e nero che gli scattò il suo amico Enzo Pifferi.

E cosa gli dice?

Gli dico Luigino, sei un tormento…

In effetti di suo fratello non si smette mai né di scrivere, né di parlare.

È proprio per quello che glielo dico. Scherzando ma glielo dico.

Crede che Gigi Meroni in questi anni, sia stato raccontato come meritava?

In genere credo di sì, come nel caso del libro che gli ha dedicato Nando Dalla Chiesa o di quello di Pierluigi Comerio edito da Carlo Pozzoni. Poi, certo, alcune cose mi hanno dato fastidio.

Per esempio?

La fiction Rai non mi è piaciuta. Avevano promesso di farmi leggere la sceneggiatura in anticipo ma non l’hanno mai fatto. Ricevetti un cd la mattina stessa della messa in onda. Dico: o fate le cose per bene o è meglio lasciare perdere, no?

Com’è stato convivere tutti questi anni con un mito ancora tanto vivo nell’immaginario collettivo?

Non facile. Certo, mi piace scoprire che tanta gente gli vuole ancora bene, accorgermi che sono in tanti a ricordarlo, incontrare una tifosa, come è accaduto qualche tempo fa, con la sua immagine tatuata su un braccio. Però si fa anche fatica.

Primi ricordi di lui?

La casa di via Milano. Giocavamo in cortile. I miei fratelli mi chiamavano “Ciccia” e mi mettevano in porta. Non la prendevo mai. Ho avuto due fratelli stupendi, eravamo legatissimi.

Orfani molto presto.

Papà mancò che io avevo 40 giorni, Luigino due anni e mezzo, Celestino cinque. È mancato anche lui, di Sla, a 61 anni. Dicevano che con il pallone fosse anche più bravo di Luigi ma dovette iniziare a lavorare prestissimo, frequentando ragioneria alla sera. Il suo desiderio era andare all’università, tanto che Luigino, quando iniziò a guadagnare i primi soldi con il calcio, pretese che si iscrivesse. Purtroppo, dopo l’incidente, Celestino dovette lasciare.

Cosa ricorda di quella sera?

Eravamo tranquilli. Sapevamo che il Torino non gli aveva dato il permesso di tornare a casa e che quindi non si sarebbe messo al volante. Venne a casa un giornalista de La Notte, cercava Celestino. Gli disse che nostro fratello aveva avuto un incidente stradale e che se fosse andato con lui in redazione, avrebbero potuto mettersi in contatto con qualcuno a Torino. Ma Luigino era già morto.

Gli piacevano le auto.

Gli piacevano eccome. Mamma lo rimproverava perché le cambiava troppo spesso. Gli diceva di stare attento, di non spendere tutto quel denaro, di risparmiarlo per il giorno in cui avesse smesso di giocare. Allora lui chiamava noi fratelli e ci diceva che l’avrebbe convinta raccontandole che la macchina non andava bene, che non “teneva” sul bagnato, che frenava poco e che insomma ne sarebbe servita una nuova…

Forse non era il calcio di oggi ma si guadagnava già bene.

I primi soldi al Como, al Genoa guadagnò di più. Poi Torino.

E lo aspettavano alla Juventus…

Sì ma lui non ci voleva andare. Sognava il Napoli, dove giocava Omar Sivori, il suo idolo. A Napoli lo avrebbero amato moltissimo, sarebbe stata la città perfetta per lui.

Però anche a Torino era molto legato.

Lo era eccome, sia alla squadra sia alla città. Dopo la morte scoprimmo che aveva fatto tantissima beneficenza. Pagava l’affitto di casa a tanta gente che non poteva permetterselo. Al funerale arrivò una corona di fiori dono dei detenuti del carcere delle Vallette. Qualche settimana dopo fecero anche dire una messa. Scoprimmo che mio fratello li aveva aiutati tutti parecchio. Li vede i volumi di quella enciclopedia? È scritta in inglese. Fu recapitata in casa a mia madre. Lei gli disse: Luigino, ma qui nessuno parla inglese. E lui spiegò che l’aveva comprata da un ragazzino che faceva il porta a porta e che quel giorno non era ancora riuscito a vendere nulla.

Anche questa casa fu un suo regalo.

Sì, stavamo ancora in via Milano, senza bagno, senza termosifoni. All’inizio mamma non ci voleva venire. Quando vide il bagno si convinse e traslocò.

Cosa ricorda dell’ultima volta che lo vide?

Eravamo a Torino, assieme a Celestino. Mia madre ci andava più o meno una volta al mese per stare qualche giorno con lui. Non alle partite però, dove negli ultimi tempi avevo smesso di andare anch’io perché mio fratello diceva che se c’ero io lui perdeva. Credo che nostra madre l’abbia visto giocare dal vivo soltanto all’oratorio di San Bartolomeo. Pensi che una sera, sempre a Torino, mi lasciò anche fuori dallo stadio. Ero andata con il pullman di un Toro club di Como ed eravamo d’accordo che a fine partita lo avrei aspettato per tornare a casa assieme. Invece lui si dimenticò e se ne andò con il pullman della squadra. Io lì ad aspettare, terrorizzata. Poi per fortuna mandò un’auto a prendermi.

Era molto distratto?

Era un artista, con la testa piena di cose a cui pensare. Forse era davvero originale, estroverso come dicono. Io credo che fosse soprattutto un ragazzo che voleva essere se stesso, che voleva vivere la sua vita. Amava dipingere, e sognava di poterne fare una professione una volta che avesse smesso con il calcio. Un giorno gli proposero anche di organizzare una mostra, ma lui rifiutò: diceva che gli avrebbero acquistato i quadri soltanto perché era Gigi Meroni il calciatore, ma ancora non un vero pittore.

È incredibile quanto in questa casa se ne percepisca ancora la presenza.

Qui ci sono ancora tante cose che gli sono appartenute. Qualche quadro, qualche maglia da gioco, i dischi, le lettere. Centinaia di lettere. Ammiratrici, ma anche gente che gli mandava i soldi per andare a tagliarsi i capelli.

I capelli non piacevano a tutti, vero?

In nazionale giocò meno di quello che avrebbe meritato proprio per i capelli. Il commissario tecnico Fabbri gli diceva di tagliarli, lui non voleva. E quello lo lasciava in panchina.

E i dischi?

Tanti. Sulla Seicento che aveva acquistato quando era al Genoa aveva addirittura il mangiadischi. Una rarità per l’epoca. Le cassette non si usavano ancora.

Di suo fratello, nell’immaginario collettivo, è rimasto moltissimo. Ma al di là della Balilla con cui girava per Torino, della gallina al guinzaglio e di quel po’ di folclore che ha contribuito a renderlo celebre, c’è qualcosa per cui lei vorrebbe che fosse ricordato?

Guardi, io non smetto di meravigliarmi di tutto quello che di lui sopravvive ancora, dopo tanti anni, a partire dalle lettere che continuiamo a trovare sulla sua tomba. Ma se devo scegliere, allora davvero: vorrei che non si perdesse memoria della corona di quei carcerati, di quella enciclopedia e della sua grande generosità.

© RIPRODUZIONE RISERVATA