Il miraggio della pensione: perché dal 2027 lavorare fino a 71 anni potrebbe non bastare più

Focus Nei prossimi anni previsti nuovi scatti sull’aumento dell’età pensionabile. Tutte le novità

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Como

L’orizzonte previdenziale italiano si appresta a subire una nuova e significativa scossa. Dopo un lungo periodo di apparente stabilità durato circa otto anni, la macchina degli adeguamenti automatici legati alla speranza di vita si riavvia. A partire dal 1° gennaio 2027, i requisiti anagrafici e contributivi per accedere al pensionamento in Italia torneranno a salire, delineando uno scenario particolarmente critico soprattutto per i lavoratori più giovani.

Questa dinamica, introdotta formalmente dalla riforma Fornero, era rimasta congelata negli ultimi anni a causa del temporaneo arresto dell’incremento dell’aspettativa di vita condizionato dal periodo pandemico. Ora che la curva demografica ha ripreso il suo corso storico, i decreti direttoriali e le circolari applicative dell’INPS hanno sancito la fine della “tregua”. L’impatto di questa svolta non si limiterà a uno slittamento di pochi mesi per chi è già prossimo al traguardo, ma configurerà una vera e propria barriera d’accesso per i cosiddetti “contributivi puri” (coloro che hanno iniziato a versare contributi dal 1° gennaio 1996 in poi).

L’incremento dei requisiti nel biennio 2027-2028

I dati ufficiali descrivono un meccanismo a due tempi che entrerà in vigore a breve. L’adeguamento complessivo stimato per il biennio sarà di tre mesi, introdotto in modo progressivo:

- Dal 1° gennaio 2027: scatta un primo aumento di 1 mese.

- Dal 1° gennaio 2028: si aggiungono ulteriori 2 mesi di incremento.

Questo incremento modificherà i requisiti d’accesso sia per la pensione di vecchiaia ordinaria sia per quella anticipata.

Pensione di vecchiaia ordinaria: Per la generalità dei lavoratori l’asticella si sposterà dagli attuali 67 anni a 67 anni e 1 mese nel 2027, per poi toccare i 67 anni e 3 mesi nel 2028 (restando fermo il requisito minimo dei 20 anni di contributi).

Pensione anticipata ordinaria: Per chi punta a uscire a prescindere dall’età anagrafica sfruttando solo gli anni di contribuzione, il traguardo diventerà ancora più lontano. Nel 2028 saranno necessari ben 43 anni e 1 mese di contributi per gli uomini e 42 anni e 1 mese per le donne. A questo si aggiunge la persistenza della “finestra mobile” di tre mesi, che ritarda ulteriormente l’erogazione del primo assegno effettivo.

Il paradosso dei giovani e la “trappola” dei 71 anni

Se i lavoratori più anziani si trovano a ricalcolare i propri piani di uscita subendo un ritardo di pochi mesi, la vera emergenza sociale e politica riguarda i giovani e i lavoratori con carriere frammentate.

Nel sistema interamente contributivo è prevista una sorta di “soglia di salvataggio”: chi non riesce a raggiungere l’importo minimo dell’assegno richiesto per la pensione di vecchiaia ordinaria può comunque ritirarsi al compimento di un’età anagrafica avanzata (finora stabilita a 71 anni) avendo all’attivo almeno 5 anni di contribuzione effettiva.

Dal 2027, tuttavia, anche questa rete di sicurezza inizierà a spostarsi in avanti: il requisito salirà a 71 anni e 1 mese nel 2027 e a 71 anni e 3 mesi nel 2028. Se si considerano le proiezioni a lungo termine della Ragioneria Generale dello Stato, l’effetto cumulativo di questi adeguamenti biennali rischia di far slittare questo limite ben oltre i 73 o 74 anni per i nati negli anni Novanta e Duemila. Per i giovani, la flessibilità in uscita si sta trasformando in un calcolo matematico penalizzante: alla necessità di lavorare più a lungo si unisce il periodico taglio dei coefficienti di trasformazione, che comprime il valore economico dell’assegno finale a parità di contributi versati.

Eccezioni e deroghe: chi viene escluso dalla stretta

L’ordinamento ha previsto una parziale rete di protezione per salvaguardare le categorie impiegate in mansioni particolarmente usuranti o pesanti. La normativa stabilisce che fino al 31 dicembre 2028 saranno esentati dagli incrementi della speranza di vita:

- I lavoratori impegnati in attività usuranti (come i turnisti notturni, gli addetti alla catena di montaggio e i conducenti di veicoli pesanti).

- I lavoratori adibiti a mansioni gravose.

- I cosiddetti “lavoratori precoci” che operano in condizioni di forte usura.

Per queste categorie i requisiti rimarranno congelati ai livelli attuali. Al contrario, una stretta specifica colpirà il personale militare e il comparto delle forze armate, per i quali sono previsti incrementi dedicati e progressivi scaglionati fino al 2030.

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