Il sindaco riaccende il Faro, poi va in piazza e polemizza

25 aprile Paura per l’ex Pci Buzzi, vittima di un malore sul palco. Rapinese contro i media e i genitori dei bimbi che calpestano le aiuole

Como

Ci sono pomeriggi in cui la storia smette di essere un racconto polveroso per farsi carne, voce e respiro affannato. Ieri, in una piazza Cavour gremita per il 25 Aprile 2026, il rito della memoria si è trasformato in un corpo a corpo con il presente. È stata una celebrazione sospesa tra l’emozione pura e lo scontro aperto, dove il confine tra il dovere istituzionale e il coraggio personale si è assottigliato fino a sparire.

Il momento di più alta tensione, umana prima ancora che politica, si è consumato quando sul palchetto è salito Gianstefano Buzzi. L’ex consigliere regionale e storico segretario del Pci comasco ha consegnato alla folla un vero e proprio testamento ideale, pronunciato con una fatica fisica che ha scatenato applausi da tutti i presenti. Verso la fine del discorso, le forze hanno vacillato: un malore improvviso lo ha scosso, ma Buzzi ha opposto un rifiuto ostinato a chi cercava di sorreggerlo per portarlo all’ombra.

Aggrappato al microfono, sostenuto dalle braccia dei presenti e dal boato della folla che lo incitava, ha ritrovato il fiato per lanciare il suo monito più profondo: «Il fascismo è eterno, nel senso di una minaccia costante che può ripresentarsi sotto nuove forme. È un invito alla vigilanza quotidiana che investe la coscienza di ognuno di noi per impedire che il peggio possa ripetersi. Ignazio La Russa (presidente del Senato della Repubblica italiana, ndr), l’antifascismo è un valore fondante e l’identità del nostro Paese: non c’è spazio per la nostalgia divisiva». Buzzi ha poi allargato lo sguardo allo scenario internazionale, non risparmiando critiche feroci ai leader mondiali: «Trump, insieme a Putin e Netanyahu, rappresentano la protervia demagogica populista del nazionalismo sovranista. Siamo di fronte agli interessi strategici del nuovo capitalismo tecnico-finanziario che è diventato cosmopolita, dove l’individuo è considerato come un prodotto di vite estrattive». Prima di scendere dal palco, sostenuto dai suoi compagni, ha rivolto un ultimo appello alla città: «Forse si può migliorare le condizioni senza fraintendimenti di appartenenza esclusiva. Ma un più coeso e unitario e chissà mai, un giorno, gioire insieme cantando “Bella ciao” invece che impedirlo».

Di natura diversa, e accolto da un fischio di dissenso da parte di qualcuno tra la folla, è stato l’intervento del sindaco Alessandro Rapinese, che ha usato come metafora politica il suo recente successo nel riaccendere il Faro Voltiano di Brunate. «La democrazia è un faro che mette una luce potente fatta di libertà, possibilità, progresso, solidarietà, partecipazione, tolleranza e, in ultima analisi, diritti certi e doveri inderogabili». Tuttavia, il clima è cambiato quando il sindaco ha accostato la libertà di stampa al degrado urbano: «Non importa quanto sia piccolo il nostro dovere quotidiano al quale ci sottraiamo: non importa che tu sia un giornalista che fa un uso strumentale del diritto di critica, un genitore che sfregia le regole e consente al proprio bimbo di calpestare un’aiuola, o ancora un avvocato che, per ritardare la sentenza, fa un uso smodato del diritto di difesa. Abuso dopo abuso l’unico risultato che otterremo sarà il buio: la libera stampa potrebbe cessare di esistere, la giustizia sparire. E l’aiuola non essere più calpestata dalle piccole scarpine di un bambino, ma distrutta da un carro armato».

A riportare la discussione su un binario più strettamente storico è stato Valerio Perroni, consigliere provinciale, che ha concluso il suo intervento citando le profetiche parole di François Mitterrand pronunciate trent’anni fa: «Se non riusciremo a costruire la pace rieducando gli uomini alla responsabilità e alla dignità della condizione umana, bisogna sapere che una regola si imporrà: il nazionalismo è la guerra. La guerra non è solamente il nostro passato, può anche essere il nostro futuro».

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