Inna e i suoi bimbi nel gelo dell’Ucraina. «Abbiamo Como nel cuore»
La storia Arrivò in città nel 2022 subito dopo l’invasione, poi il ritorno a Kiev per riunire la famiglia: «Il mio sogno? Riconquistare la libertà per poter tornare sul lago»
«Il nostro sogno è tornare a Como». Sono passati quattro lunghi anni dall’inizio della guerra, quando nel febbraio del 2022 con l’invasione dell’Ucraina da parte dei russi, Inna Manyluk e i suoi due figli si incamminarono a piedi verso ignote frontiere, seguendo le file dei carri armati pronti a entrare in città. Partivano da Borodyanka, un paese non lontano dalla capitale, piagata da una pioggia di missili e bombe. Sola, a 40 anni, Inna prese per mano il piccolo Maxim di dieci anni e il più grande Artem di 15, e dopo un viaggio di speranza arrivò a Como, in Primo Tatti, ospite delle vincenziane.
«Non parlavo inglese, né tanto meno l’italiano, i nonni sono rimasti a casa, mio marito al fronte, non so come ce la siamo cavata – racconta oggi Inna –. Ci ricorderemo per sempre di Como, abbiamo conosciuto dei cari amici, con i quali ancora siamo in contatto e che serberemo nei nostri cuori. Prego che in riva al lago nessuno si dimentichi di noi. Ci penso spesso quando qui restiamo tante ore al buio, durante le lunghe giornate fredde senza corrente elettrica. È difficile conservare una speranza, ma io credo ancora che tutto un giorno andrà meglio».
Dal cirillico è Google che aiuta con le traduzioni. «Maxim adesso per fortuna va a scuola, fa le medie ormai – racconta ancora Inna –, gioca a calcio, sogna di diventare il portiere della nazionale e di venire a giocare contro l’Italia, ha superato le selezioni degli allievi della Dynamo. Artem invece ha iniziato a lavorare, disegna tatuaggi, ha un piccolo stipendio. Io invece a Kiev faccio l’infermiera, lavoro con i bambini. Le case, tutte distrutte, non sono ancora state ricostruite. Abitiamo in affitto e non è facile. Vorrei tanto poter tornare a Como, però questa volta con tutta la famiglia perché una famiglia è giusto che rimanga unita». Gli uomini però non possono disertare. Rimanere a lungo separati senza notizie è una tortura. Parlare al papà via app quando la linea regge fa scappare da piangere.
L’incertezza
«Non so cosa accadrà, non so quando finirà, qui non lo sappiamo più – racconta ancora Inna – spero un giorno di conquistare la vera libertà e di poter tornare a vedere il lago. Per dire grazie ad Alessandra, a tutta la famiglia delle sorelle vincenziane che ci hanno accolto nell’appartamento vicino al monastero. Ad Elisabetta, Liliana, Rossana, la piccola Lisa che giocava con i miei bambini. A tutti quelli che a Como hanno voluto darci una mano». Inna, Artem e Maxim sono rimasti in città circa un anno, per poi tornare in patria quando le cose sembravano mettersi meglio.
Nei primi sei mesi del 2022, all’indomani dell’invasione russa, la nostra provincia ha accolto circa 2.500 profughi ucraina, in maggioranza donne e bambini, questa era la stima fatta dalle nostre autorità locali. Una grande dimostrazione di fratellanza. Tanti gli esempi di solidarietà nelle piccole comunità ortodosse, le singole storie strette con lontani parenti ucraini, soprattutto donne badanti qui da anni a lavorare nelle nostre case.
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