«Io, a un passo dai clan. Così il male mi ha sedotto»

La storia Rodolfo Locatelli vicino all’affiliazione alla ’ndrangheta. «Ho visto la loro brutalità. L’arresto della Polizia mi ha salvato la vita»

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«Che domandone però eh… allora chi è Rudy? Rudy è un ragazzo che da piccolo era normalissimo. Alle elementari ho fatto il collegio e già lì ho conosciuto i primi amici, facevano parte di alcune famiglie della Calabria e li ho conosciuti tramite una rissa. Da lì la conoscenza è proseguita nelle scuole. Già a undici anni, alle medie, ho dovuto imparare a difendermi, a essere più cattivo degli altri perché o le prendevi o le davi e questo mi ha avvicinato a tante compagnie sbagliate». Così sbagliate che, 40 anni dopo, le parole di Rudy arrivano via lettera da una cella. Dove sta finendo di scontare vent’anni per omicidio con l’aggravante mafiosa.

Rodolfo Locatelli, 51 anni, nato a Como e cresciuto a Guanzate, accetta di condurci per mano fin dentro alle dinamiche di una ’ndrangheta che ha conosciuto, respirato e nella quale è stato a un passo. Una ’ndrangheta che aveva anche decretato la sua condanna a morte, non fosse stato per la Polizia intervenuta a “salvarlo” con un arresto che ha cambiato la vita a Rudi. Lì ha deciso di raccontarsi e raccontare agli investigatori. Di far arrestare i suoi complici in uno dei delitti più feroci commessi negli ultimi vent’anni dai clan nel Comasco. Di quel delitto lui stesso racconta, nella pagina accanto.

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Abbiamo incrociato i destini di Rodolfo Locatelli un paio di anni fa. Quando, dopo alcuni contatti attraverso legali e famigliari, ha accettato di raccontarsi a La Provincia. E di volerlo fare «senza situazioni di circostanza. Non ci sarà nulla di marginale. Ci addentreremo nelle viscere più profonde dell’inferno per riemergere da quelle ceneri a nuova vita, una vita ormai logora, violentata dagli errori. Ma solo chi ha visto tanto male può anche vedere così chiaramente il bene. Io non sono Gomorra, io sono un uomo che ha buttato tutto ciò che più conta nella vita. Ora l’unica battaglia che voglio fare è arrivare ai giovani, raggiungerli come un pugno in faccia per fargli capire che quando hai perso non esiste la stagione successiva, non c’è la pubblicità che ti salva, c’è solo l’oscurità e un buco nella terra umida che ti accoglie. Per dirgli che la violenza non è affascinante».

«Poi c’è un secondo tempo dove c’è la paura. Ma non la paura che devi riempire… la paura vera! La paura che hai paura persino di respirare in casa per non farti sentire»

Eppure quel fascino Rudy lo ha subito tutto. Perché lui voleva diventare un ’ndranghetista: «È la pura verità: volevo essere così. Io volevo essere affiliato alla ’ndrangheta, volevo essere un criminale, perché sentivo che quella era la mia strada. Forse è stata tutta un’ombra che mi sono portato sin da piccolo, per una voglia di appartenenza a qualcosa di forte… ma l’ho fatto senza mai valutare le conseguenze reali dei fatti. È come un film. C’è un primo tempo e un secondo tempo. Primo tempo: assolutamente fascino. Fascino, rispetto, onore… tutte queste grandi minchiate che si raccontano nella vita criminale. Poi c’è un secondo tempo dove c’è la paura. Ma non la paura che devi riempire… la paura vera! La paura che hai paura persino di respirare in casa per non farti sentire. Hai paura di uscire, perché quando ti chiamano e ti dicono “Ci incontriamo qui”, non sai se vai per vivere o per morire. Proprio come l’ultima sera, prima che mi arrestassero».

Nel suo percorso da «delinquente» (come si definisce lui stesso), Locatelli ha incrociato la strada con i boss della ’ndrangheta in salsa lariana: «Già conoscevo personaggi di calibro, come Bartolomeo Iaconis», arrestato a metà anni Novanta nell’operazione Fiori nella notte di San Vito e ora in carcere per scontare l’ergastolo in quanto mandante dell’omicidio al bar Arcobaleno di Bulgorello di Cadorago nell’estate 2008. «Con lui ebbi una discussione, io mi posi a mo’ di scontro verso di lui… Però lui rispettava questo mio scontro, perché sono persone… passami il termine: è vero che sono criminali e gente di merda, come lo sono io, però ci sono anche questi criminali che hanno un’etica, che oggi non c’è più. E quest’etica noi la rispettavamo, perché io sono toccato da questa etica. Se tu vieni e hai le palle di guardarmi in faccia e affrontarmi, ovviamente tu meriti il mio rispetto».

La dinamica del tentato arruolamento di Locatelli, è quasi un canovaccio, una sceneggiatura. La strategia del ragno che cerca di imbrigliarti nella sua rete. «All’inizio ti portavano ovunque, perché volevano che io vedessi quella vita, che mi sentissi parte di quel gruppo. È una scuola, no? Ti devono affascinare. Perché se parti vedendo che non ti calcolano, poi ti allontani. Invece no, mi portavano fuori a cena, quando Virgato andava in locali tipo night o quant’altro, mi diceva: “Rudy vieni con me. I vestiti li hai? Se no andiamo a comprarli”. Oppure mi vedeva al bar e mi chiedeva: “Quanti soldi hai in tasca?”. “Guarda Franco, ho cento euro”. “Tieni mille euro”. Era affascinante, era bello quando mi portava da personaggi di alto calibro, io magari dovevo stare zitto ma l’importante era che io ero lì. Non importava che parlassi, per parlare ci sarebbe poi stato tempo, però ero lì, ero lì con lui, mi aveva portato con lui. Ero, in una certa forma, il braccio destro».

Franco Virgato ha alle spalle ben due omicidi. Ma, nonostante questo, mentre Rudi è tuttora in cella lui dopo 10 anni già passa più tempo fuori, libero, che in carcere. Uno di quegli omicidi è quello costato l’arresto di Rodolfo Locatelli, un delitto ordinato da Luciano Nocera, boss dell’Olgiatese attivissimo nel business della droga.

«Luciano Nocera e Franco Virgato sono il successivo del mio percorso criminale, ossia l’ultimo pezzo. Entro nel loro gruppo, e da lì iniziarono tutta una serie di situazioni proprio legate alla ’ndrangheta. Inizia la mia escalation che mi doveva portare alla filiazione anche in Calabria, non solo qui al Nord». Ma qui, cambia tutto.

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«Ho visto la brutalità di queste persone. Quando arrivavano a casa mia all’una di notte a cercarmi e io ero a casa con la mia compagna… ma non volevo farle vedere queste cose, né volevo che le mettessero paura. Io chiudevo le tapparelle, chiudevo tutto. Loro suonavano il citofono e bussavano e suonavano con le macchine: “Lo sappiamo che sei in casa! Esci fuori! Dove sei?”. E poi c’era quello che diceva: “No, ma guarda che non c’è, se no rispondeva”. Invece io ero in casa, chiuso, perché avevo paura di aprire. Quando iniziai a vedere le cose che non mi piacevano iniziai a distaccarmi da loro».

Troppo tardi. Perché nel giugno 2014 Rudi parteciperà all’omicidio di Ernesto Albanese. «Ad agosto, due mesi dopo l’omicidio, andai in Calabria. Mi trovarono un bel posticino in riva al mare a Capovaticano. Partii il 7 agosto con la mia fidanzata. Lei era felice e anche io, fingendo una semplice vacanza, il mare, il sole, la mia compagna, 500 euro al giorno che scendevano sulla postaPay. Avevo tutto, soldi, benessere, rispetto, amore… tutto al solo prezzo di: me stesso!! Non ero felice. Ero schiavo di ciò che avevo scelto, una scelta da cui non puoi scappare. Il giuramento era stato fatto al Nord: c’erano omicidi di mezzo, sequestri, estorsioni, traffico di droga… e dove scappi? Mica te ne vai così, non puoi solo dire “no sai, non me la sento”. Il 12 agosto avrebbe dovuto esserci l’affiliazione sui monti. Tutto ciò che volevo prima di Ernesto stava per avvenire, ma dopo Ernesto io non lo volevo più. Anche perché solo due giorni prima avevo chiesto a lei di sposarmi. Le promisi di cambiare vita».

Ma il 12 agosto non successe nulla. Da un lato Rudi che si negava, che giunto al dunque non riusciva ad accettare il proprio destino… dall’altro « Franco Virgato ebbe dei problemi. E così l’affiliazione non avvenne». Due mesi dopo Rudi viene arrestato. Proprio mentre chi lo voleva affiliare, aveva pensato di farlo fuori.

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