«Le prime paralimpiadi e i soldati dal Vietnam: una vita tra le disabilità»
Intervista Pia Pullici, presidente dell’associazione Thais, volontaria per le persone con disabilità, ex consigliera comunale e fisioterapista
Como
Nata nell’anniversario della presa di Roma, Pia Pullici sfugge ad ogni etichetta. Attivista prima che il termine diventasse virale e rivoluzionaria nell’animo, il solo titolo di “fisioterapista” su di lei starebbe troppo stretto. Pullici, che ha sposato la causa della disabilità da giovanissima, si dichiara apartitica. Ma è arrivata a 85 anni seguendo una convinzione fortissima: tutto quello che ha vissuto non può essere stata soltanto una grossa coincidenza.
Se lo ricorda il suo primo approccio con il concetto di disabilità?
Mio papà, quando aveva 23 anni, ha avuto un incidente in moto, riportando una lesione alla gamba. Era il 1936 e gli dissero: o la tagli, o muori. La tagliò. A chi gli dava del “poverino”, lui ricordava che, a differenza dei suoi coscritti, la sua gamba amputata lo avrebbe risparmiato dalla guerra.
E poi com’è andata?
Si è sposato, nonostante a mia mamma venisse detto di non sposarlo. Hanno avuto 5 figli e lui è andato avanti a fare ciò che voleva.
Ma lei cosa voleva fare da ragazza?
Volevo andare al liceo scientifico, ma all’epoca lo frequentavano solo i maschi, quindi sono andata al Caio Plinio. Siccome ero brava nello sport, ho studiato a Roma, all’Isef (l’unica università italiana dedicata allo studio delle scienze motorie e sportive ndr).
Sappiamo che era a Roma anche nel 1960...
Sì, alle mie prime Olimpiadi e Paralimpiadi. Facevamo gli assistenti dei giudici di gara. Un’esperienza bellissima: avevamo accesso libero ovunque. Ho conosciuto Abebe Bikila e visto Livio Berruti vincere. Certe cose ti restano dentro.
Dopo gli studi è diventata fisioterapista...
Ho frequentato il corso di specializzazione Bobath per i bambini con spasticità gravi, ho studiato al Niguarda e mi sono diplomata come crocerossina. Padre Ambrosoli voleva portarmi con lui a Kalongo perchè lì c’erano parecchie persone con la poliomielite. Ma io avevo già preso il biglietto per gli Stati Uniti.
Perché proprio gli Usa?
Nel 1966 avevo ospitato una ragazza del programma Intercultura. Si chiamava Connie e suo papà era medico. Attraverso una serie di conversazioni, mi hanno detto di venire negli Stati Uniti. Ho preso subito l’aspettativa e mi sono trasferita ad Allentown, in Pennsylvania.
Che ricordi ha dell’America?
Lavoravo full-time in ospedale, da noi arrivavano i ragazzi dal Vietnam. Pensi che, al compimento dei 19 anni, venivano estratti a sorte per andare a combattere. Arrivavano amputati, traumatizzati, e si lavorava con le proprie competenze. Io avevo lo sport come asso nella manica. Dovevo stare lì 3 mesi, ma sono rimasta un anno.
Beh, allora le è piaciuta parecchio come esperienza...
Mi ha qualificata molto al mio rientro in Italia. Ad esempio, negli Stati Uniti si faceva tantissima riabilitazione in acqua. Per questo, quando fu costruito il Cdd di via del Dos, dissi di fare una piscina. Eravamo avanti. Per non so quanti anni ci ho portato i miei ragazzi dell’associazione Thais.
Siccome ha nominato l’argomento, ora che il Comune ha approvato il progetto per via del Dos, è soddisfatta?
No, anzi, non ci siamo proprio. Come si fa a sostituire la vasca piccola con un percorso Kneipp che ha le scale? Chi ha problemi di circolazione può sempre utilizzare una semplice doccia, cambiando la temperatura dell’acqua. Ma una persona che non riesce a camminare non se ne fa niente di quel percorso. Serviva tenere la vasca piccola, o fare un bell’idromassaggio. Il grosso problema, secondo me, è che noi del settore non siamo stati consultati.
Lei è stata mamma di quante associazioni?
Oltre a Thais, ho contribuito a fondarne tante altre, tra cui Uildm, Aism, Osha-Asp, il Seme, cooperativa Sim-patia...Thais è nata nel 1985 abbinando nuoto e ippoterapia per persone con disabilità fisiche e psichiche.
Negli anni ’90 è stata consigliera comunale: perchè?
Una sera mi chiamò al telefono Mantero della lista civica “Como per Como”. Accettai perchè non mi ero mai unita a nessun partito, se non per un’esperienza giovanile con i liberali. Detto ciò, io credo che il tema socio-sanitario vada gestito, non mi importa il colore politico di chi se ne occupa. Mi importa che qualcuno se ne occupi e basta.
Com’è andata in consiglio?
Sono stata anche accusata di strumentalizzare le persone con disabilità. Io ricordavo sempre che la disabilità avrebbe potuto toccare ciascuna delle persone in quella stanza. Qualcuno invece diceva che, quando entravo io in consiglio, bisognava toccarsi per scongiurare la sfortuna (ride).
Senta ma, ora che si avvicina il 2027, non le manca la politica?
C’è stato un periodo in cui ero la donna più contesa dalla politica comasca. Ora sono troppo vecchia per stare in giro la sera tardi. Però sto mettendo insieme una lista di nomi: solo persone preparate sull’ambito socio-sanitario per parlare di questi problemi. Ne ho già trovati una ventina, potrebbero essere di stimolo per sistemare quello che non va.
Lo dice perchè Como è una città poco accessibile?
Beh, è rimasto tutto uguale agli anni ’80. Li ha visti i gradini del lungolago, nonostante ci sia spazio per uno scivolo? Vogliamo parlare della casa-albergo di via Volta, con 40 mini appartamenti, perfetta per metterci il “dopo di noi”? E poi, da quando non ci sono più le consulte e le circoscrizioni, non esiste più un rapporto tra cittadini e Comune.
Mettiamo in pausa la politica: a conoscenze vip com’è messa?
Ne ho conosciuti parecchi, in tutti i contesti: Rita Levi Montalcini, Bebe Vio, Dacia Maraini, Pavarotti, poi una serie di politici. Alex Del Piero l’ho incontrato al ristorante davanti a un piatto di bruschette. Gli ho detto che ero amica di Claudio Gentile. E quando abbiamo inaugurato Sim-Patia, gli Azzurri ci hanno regalato un Fiorino. La regola con i vip è: più ne conosci e meglio è.
Alla fine anche lei è diventata un personaggio noto, anzi nel 2022 ha ricevuto l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana”: come ci si sente?
Io in realtà mi sento più un don Chisciotte che lotta contro i mulini a vento e combatte ingiustizie, paure e indifferenza.
Cosa c’è da combattere ancora nel mondo delle disabilità?
Sicuramente il fatto di seguire solo una parte di disabilità e fingere che gli altri non esistano. Non so, concentrarsi su persone con sindrome di Down o autismo, ma non parlare mai di spasticità. E poi, nonostante tutti i discorsi che si fanno sull’inclusione, secondo me c’è un altro problema: i medici si concentrano tanto sul lato sanitario e non capiscono che queste persone devono vivere. Un po’ come ha fatto mio padre. L’aspetto psicologico fa cambiare le persone da così a così.
Lo dice per esperienza?
Io me li ricordo gli anni ’70, quando i giovani rimanevano nelle case di riposo, oppure restavano nascosti, sulla comoda tutto il giorno. Ho fatto di quelle battaglie...
Sente di essere soddisfatta della sua vita finora?
Io sono felicissima, anche se mi attaccano tutti, persino i miei figli. Dicono che mi interesso troppo delle persone con disabilità. Ma io di carattere sono fatta così.
© RIPRODUZIONE RISERVATA