“L’invisibile” tra studi e crimini: Giuseppe Calabrò boss ai vertici dell’ndrangheta, a spese di Cristina Mazzotti

Il profilo criminale In anni di attività a capo dell’ndrangheta lombarda, non è mai stato condannato per associazione mafiosa fino al processo che si è chiuso questo febbraio

Como

Ci volevano i giudici della Corte d’Assise di Como per mettere nero su bianco in una sentenza un fatto che tutti davano per scontato, tranne i casellari giudiziari: ovvero che Giuseppe Calabrò (condannato per l’omicidio di Cristina Mazzotti) fosse ai vertici della ’ndrangheta in Lombardia. Eppure, nonostante la certezza di investigatori, poliziotti, collaboratori di giustizia, mafiosi intercettati nel corso di decenni, lui, U’ Dutturicchiu, non è mai stato condannato una sola volta per associazione mafiosa. Tanto da meritarsi il titolo di “invisibile”. Un invisibile pesante, sempre pronto a smistare traffici d’armi e droga, far da paciere tra le più potenti famiglie di ’ndrangheta in caso di scontri, «garante supremo» degli equilibri dei clan. Eppure, a suo carico, nessun precedente per 416 bis (associazione per delinquere di stampo mafioso).

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La carriera da “fantasma”

Ci volevano cinque giudici popolari e due giudici togati di Como a far cadere il velo. Ai cronisti, fuori dall’aula della Corte d’Assise durante il processo per il sequestro e l’orribile assassino di Cristina Mazzotti, U’Dutturicchio faceva quello che “trasecolo” e “casco dalle nuvole” di fronte all’accusa mossa da più parti sul suo ruolo nella ’ndrangheta. «Ma guardate che io ho una condanna per spendita di monete false e poco altro», diceva omettendo il “poco altro” (dove compare una condanna a 15 anni!) legato soprattutto alla droga.

Tutte le vicende criminali che lo hanno visto coinvolto, ma sempre invisibile

Poi, però, vai a spulciare le varie indagini sulla criminalità organizzati e il suo nome compare mentre discute di partite di droga e armi con il boss Santo Pasquale Morabito, mentre gira con l’auto del capo della locale di ’ndrangheta di Pioltello, mentre media tra le famiglie Pelle e Barbaro di Platì e San Luca, mentre incontra a Milano il boss della “banca della ’ndrangheta” in Brianza Giuseppe Pensabene e, infine, mentre gestisce i ricchi introiti che lo stadio San Siro garantisce in un’indagine che ha visto ultras e mafiosi sventolare sciarpe e bandiere gli uni accanto agli altri. E nonostante tutto Calabrò è riuscito a mantenersi relativamente lontano dai radar dell’antimafia. Tanto da trasformare il suo appellativo di U’Dutturicchiu un quello di “l’invisibile”. Un fantasma. Ma clamorosamente pericoloso.

Il ruolo dei soldi estorti al padre di Cristina

Un boss, diventato tale “grazie” anche ai galloni rimediati il 30 giugno 1975 quando - dice la sentenza di condanna a suo carico - ha prelevato la giovanissima Cristina Mazzotti da Eupilio e l’ha consegnata nelle mani dei suoi carnefici.

Invisibile per molti, ma non per tutti. Certo non invisibile ai detective della Squadra mobile di Milano. L’ispettrice Lilliana Ciman, nella sua testimonianza fiume durata ben tre udienze del processo Mazzotti, di Calabrò ha descritto tutto compreso il suo spessore criminale, cristallizzato nelle informative a firma dell’ex questore di Como Marco Calì, quando era ai vertici della Mobile milanese.

Una storia da romanzo noir, quella del killer (con Demetrio Latella, pluriassassino per conto della ’ndrangheta) i cui primi passi si trovano a Torino agli inizi degli anni Settanta. Qui si iscrive alla facoltà di Medicina e Chirurgia, ma il percorso di studi è disastroso. Il solo titolo che ottiene in quell’esperienza universitaria è quella di U’Dutturicchio. Tra un libro di medicina e un trattato di chirurgia, Calabrò si applica attivamente anche al Crimine. Nel 1973 viene arrestato a Siderno per porto d’armi, mentre ad Aosta già smazza denaro falso. Dal 1975 al 1977 il suo nome viene associato a numerosi sequestri di persona, anche se il solo che gli garantirà una condanna sarà quello di Cristina Mazzotti, con cinquant’anni di ritardo.

Le condanne

Viene condannato nel ’76 per porti abusivo d’armi, nell’81 per spendita di monete false, nell’83 per ricettazione, nel 96 finisce alla sorveglianza speciale con obbligo disoggiorno, l’anno successivo finisce nei guai per un maxi traffico di droga, quello che gli costerà 15 anni di cella. Esce e torna a smazzare droga nel 2003 prima, nel 2006 poi. Tratta con le famiglie più potenti della malavita calabrese. Il suo nome viene usato per incutere paura. Ma nessuna sentenza sancisce la sua affiliazione ai vertici della ’ndrangheta.

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Ci voleva una giuria comasca. Un manipolo di caparbi investigatori. La tenacia dell’avvocato della famiglia Mazzotti. Calabrò, ora, è in carcere per via di un’ordinanza che lo definisce un boss, diventato tale per aver utilizzato la fine terribile di una ragazza di 18 anni come biglietto da visita per far carriera nella criminalità. E un boss anche in carcere sa far valere il proprio nome. Al punto che, dopo solo tre settimane a San Vittore, dove già lo avrebbero pizzicato a tessere alleanze, gli inquirenti hanno deciso che era meglio spostarlo a Opera. L’invisibilità è davvero solo un ricordo.

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