L’ispettore si racconta: «In Polizia per 40 anni. Brusca, mafia e pistola alla tempia»

Storie Arruolato nell’85, i’ispettore Bolla in pensione: «Fermai Di Matteo: voleva aggredire il killer del figlio». Il suo è il racconto dell’evoluzione criminale a Como

Immaginati mentre, in piedi accanto a Porta Torre in una serata d’autunno, fumi una sigaretta mentre aspetti tua moglie uscire dal lavoro. E immagina che, alla terza boccata di fumo, ti si parano davanti «due occhietti neri e cattivi» che ti fissano mentre la canna calda di una pistola ti preme sulla tempia.

C’era una Como diversa e ben più pericolosa, trent’anni fa. Ne sa qualcosa Roberto Bolla, 41 anni in Polizia di cui più di trenta nella nostra città. Che nell’ottobre 1998 è stato minacciato da un tossico che gli ha puntato una pistola con colpo in canna alla testa, solo perché in preda ai fumi della cocaina. Oggi, seduto a un tavolino a una manciata di metri di distanza da Porta Torre, l’ispettore Bolla se la ride ricordando quell’episodio. Ma mentre ride ammette: «Quando si è allontanato, tremavo come una foglia».

Gli ultimi anni all’ufficio di Gabinetto della Questura

Da un paio di settimana Bolla è in pensione. Gli ultimi tre anni li ha passati all’ufficio di Gabinetto della Questura, a stretto contatto prima con il questore Marco Calì e negli ultimi mesi con Filippo Ferri. Ma prima di quell’incarico più da ufficio, ha trascorso trent’anni alla Squadra mobile. E ha visto l’evoluzione di trent’anni di storia criminale in città e provincia.

Ma partiamo dall’inizio. «È iniziato tutto il giorno del mio compleanno, nel 1985. Dovevo fare il servizio militare, ma avevo fatto domanda come ausiliario in Polizia. Il 27 marzo, ho trascorso il mio 19esimo anno in treno direzione Roma per la visita di idoneità». Visita passa: «Quattro giorni dopo ero di nuovo su un treno diretto alla scuola di formazione a Bolzano». L’avventura in Polizia inizia così. Primo incarico il reparto Celere di Padova: «Ma non sono stato lì molto. Ricordo che il primo giorno di servizio, il 6 agosto, doveva fare da piantone ad alcuni detenuti ricoverati in ospedale. Quando, all’improvviso, il collega anziano che era con noi arriva è urla: “Hanno ammazzato un commissario a Palermo”». Ninni Cassarà, ammazzato da Cosa Nostra a colpi di kalashnikov mentre rientrava a casa. «Finito il turno a mezzanotte, rientrato in caserma, ci hanno ordinato di fare i bagagli e alle 2 di notte eravamo già su un Hercules in volo per Palermo».

Poi la polizia ferroviaria e le volanti, ma anche la mafia

«Arrivai nel bel mezzo dell’indagine antimafia dei Fiori nella notte di San Vito»

L’anno successivo Bolla decide di “fare la ferma” e arruolarsi in Polizia. Quattro mesi di corso a Nettuno e poi l’assegnazione: Como. «I primi tre anni in Polizia Ferroviaria» a San Giovanni. «Poi tra il 1990 e il 1993 ho fatto servizio alle volanti». Era un’altra Como: «Il 90% degli interventi era per furti, scippi e rapinette dei tossici che a quei tempi riempivano i Portici Plinio e piazza Gobetti» ricorda. Ma erano anche anni «di rapine in posta e in banca». E non solo. È durante uno degli ultimi turni che l’ispettore ora in pensione vive il primo contatto con la realtà mafiosa del nostro territorio. «Eravamo di turno serale quando dalla centrale operativa ci dicono di correre a Turate, in un campo. Dove c’era una Mercedes ferma con il motore acceso. Ci dicono di correre e far presto. Noi arriviamo, vediamo l’auto, il fumo che esce dal tubo di scarico. Ci piazziamo dietro, usciamo pistole in pugno e ci avviciniamo. Sul sedile del passeggero c’era Diego Spinella, con due fori alla tempia e il sangue che ancora colava sul giubbino. Dietro Antonio Marando, anche lui morto». In poco meno di mezz’ora quell’angolo di campagna si affolla di lampeggianti: «Mesi dopo scoprii che sia la Mobile che i Carabinieri avevano due indagini parallele sul clan Spinella. Ricordo che quella sera un collega della Mobile si avvicinò e mi disse: “Robertì, vai a metterti vicino ai carabinieri e ascolta cosa dicono. Poi vieni a dircelo...”. Fu un grande insegnamento» racconta sorridendo. Erano tempi distanti dall’oggi, in cui c’era grande concorrenza tra poliziotti e Arma.

Siamo nel marzo 1993. Di lì a tre mesi Bolla finisce alla Squadra mobile. Dove ci resterà fino al 2022. «Arrivai nel bel mezzo dell’indagine antimafia dei Fiori nella notte di San Vito - ricorda - Io mi occupai di alcuni ultimi riscontri prima degli arresti con Salvatore Maimone», uno dei collaboratori di giustizia ai tempi.

La strage in via d’Amelio

«Mentre lo tenevo, lui in un secondo con la mano sinistra mi ha perquisito: ha fatto il giro della cinta per cercare la pistola e prendermela per sparare a Brusca. Ma noi eravamo disarmati»

Il 1998 è un anno intenso. A settembre la Corte d’Assise di Como ospita il processo per la strage di via D’Amelio, dove venne ucciso il giudice Borsellino con la sua scorta. Il 15 Bolla è in aula, in piedi davanti al presidente della Corte. Alla sua sinistra Giovanni Brusca, e destra Santino Di Matteo, il padre del 12enne Giuseppe strangolato e sciolto nell’acido su ordine proprio di Brusca. C’è un confronto in aula tra di loro: «A un certo punto Brusca parla del figlio di Di Matteo, cercando di dire che lui era affezionato a quel bambino... non ci ha più visto. Ha preso l’asta del microfono e l’ha lanciata, ma nel frattempo si è lanciato verso di lui. Io, come nel rugby, l’ho placcato. Mentre lo tenevo, lui in un secondo con la mano sinistra mi ha perquisito: ha fatto il giro della cinta per cercare la pistola e prendermela per sparare a Brusca. Ma noi eravamo disarmati. Quando si è riseduto mi ha guardato e mi ha sorriso, quasi a dire: “Me l’hai fatta”».

Passano gli anni. Si arriva al 2010 e all’omicidio nell’armeria di Giacomo Brambilla, il ritrovamento del corpo gettato in Piemonte. Quindi la rapina in A9, con un commando che ha sequestrato l’autostrada per mezz’ora e svaligiato due portavalori. Ma l’inchiesta che Bolla ricorda con più soddisfazione è un’indagine apparentemente banale del 2013, iniziata con la denuncia di un furto a casa di un avvocato. «Tra la refurtiva c’era anche un Blackberry», cellulari all’epoca molto in voga soprattutto tra i professionisti. «Io decisi di chiedere i tabulati della I-Mei del telefonino. Esce un intestatario fittizio, ma nel frattempo riesco a tracciarne i movimenti. E scopro che la notte si trova sempre in punti dove avvengono furti in abitazione. Risalgo a ulteriori contatti e poi facciamo le intercettazioni. Alla fine arrestiamo un gruppo di 7 albanesi responsabile di più di cento colpi in abitazione».

L’ispettore Bolla si accende una sigaretta. Come 29 anni fa. Dietro di lui Porta Torre. E il ricordo di quella canna calda premuta contro la tempia.

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