Musica dal vivo a Como? Sempre più difficile
Il panorama dell’intrattenimento serale sta attraversando una fase di profonda trasformazione, segnata da un quadro normativo sempre più rigoroso. Al centro del dibattito si trova il delicato equilibrio tra il diritto al riposo dei residenti, le esigenze economiche dei pubblici esercizi e le recenti disposizioni nazionali in materia di sicurezza pubblica
Como
Organizzare musica dal vivo o un evento nei bar di Como è diventato un problema che rischia di svuotare le serate della città. Il panorama dell’intrattenimento serale sta attraversando una fase di profonda trasformazione, segnata da un quadro normativo sempre più rigoroso. Al centro del dibattito si trova il delicato equilibrio tra il diritto al riposo dei residenti, le esigenze economiche dei pubblici esercizi e le recenti disposizioni nazionali in materia di sicurezza pubblica.
Jennifer Lastella, di Ostello Bello, racconta un quotidiano fatto di rinunce: una causa legale intentata da un singolo vicino per il rumore ha di fatto congelato ogni programmazione esterna. «Siamo costretti a fare solo piccole cose dentro, come il karaoke, dove riusciamo a controllare il volume. Ma l’interno diventa invivibile e la clientela cala drasticamente: alle 22:15 siamo già costretti a chiudere tutto». Il timore è che il bar, privato della sua anima sociale e dei suoi eventi dal vivo, perda attrattività proprio ora che i turisti affollano la città. «A Palermo o Milano i nostri colleghi lavorano a pieno ritmo con musica e Dj set grazie a spazi dedicati, qui invece ci sentiamo le mani legate. I nostri guadagni si sono dimezzati», conclude Lastella.
Spostandosi verso Porta Torre, la musica non cambia. Fabio Rutigliano de L’Angolo degli Artisti parla di un vero “muro di gomma” burocratico che scoraggia anche i più veterani. «Presentiamo le domande con mesi di anticipo, ma il Comune spesso non risponde nemmeno. Abbiamo un raduno di auto americane tra dieci giorni, richiesto tre mesi fa, e non sappiamo ancora nulla». Secondo Rutigliano, attivo dal 2002, non è solo una questione di tempi, ma di costi diventati insostenibili: «Tra permessi e limitazioni, organizzare una serata costa più di mille euro. Non ne vale più la pena se non posso far sedere la gente e servire da bere, fare musica diventa solo un costo, quasi beneficenza. Più si va avanti, più ti fanno perdere la voglia di investire».
Ma perché è diventato così difficile? L’Amministrazione comunale ha chiarito la propria posizione attraverso una nota ufficiale pubblicata il 20 febbraio 2026. Il nodo non è solo locale, ma risiede nell’applicazione della “direttiva Piantedosi” e delle circolari del Ministero dell’Interno (n. 15015/2024 e n. 191654/2026). Secondo queste disposizioni, l’attività musicale, se ricorrente, non può più essere considerata un semplice accessorio, ma richiede autorizzazioni specifiche legate al Tulps (Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza). Il Comune specifica che i controlli sono “atti dovuti” e che ogni istanza viene analizzata in sede di confronto periodico con Prefettura, Questura e Vigili del Fuoco per garantire la pubblica incolumità.
Il sindaco, Alessandro Rapinese, difende con fermezza le scelte dell’amministrazione e degli uffici: «Non è che vogliamo mettere in difficoltà i bar, ma la legge è uguale per tutti e va rispettata. Le norme sulla sicurezza non le ho scritte io». Il sindaco nega anche che gli uffici non rispondano: «Chi fa le domande nel modo giusto, usando i canali ufficiali, riceve risposta. Non possiamo basarci sul “sentito dire” o su chi chiede informazioni al vicino di casa. Le regole sono importanti e se dicono che una cosa non si può fare per sicurezza, noi non diamo il permesso».
Mentre il Comune tira dritto sulla strada del rigore e della sicurezza, i baristi temono per il futuro: senza la possibilità di fare intrattenimento e schiacciati da una burocrazia che percepiscono come ostile, molti iniziano a pensare che non valga più la pena restare aperti.
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