«’Ndrangheta, Como malata grave. Ma molti fanno finta di non saperlo»
La denuncia Il magistrato dell’antimafia Pasquale Addesso parla ospite del Rotary club. Allarme sugli affari legati al turismo: «Chi c’è dietro a questo proliferare di realtà economiche»
Lettura 2 min.La ’ndrangheta è una patologia. E «Como è malata grave e stenta a voler guarire». Ma «il paziente è in cura». Pasquale Addesso, pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia, non cerca di indorare la pillola mentre parla agli ospiti della serata del Rotary Club Como, nella Sala bianca del Sociale. È stato invitato per parlare soprattutto di criminalità organizzata ed economia e lui ha subito sottolineato: «Dobbiamo essere consapevoli di avere un male. E questa consapevolezza, sul territorio, la vedo ondivaga».
Anche perché «viviamo in una provincia colonizzata dalla presenza della ’ndrangheta» dice. Una provincia che, a tratti, sembra «quasi avere un’attrazione verso i clan». Il motivo? «Perché offrono servizi a basso costo e di pronto utilizzo» che molte realtà produttive non solo accettano, «ma cercano».
Il magistrato legge un passaggio di un libro del sociologo Pino Arlacchi, dedicato alla Gioia Tauro degli anni Sessanta. Nella quale il trittico «mercato, conflittualità e debolezza» hanno agevolato le mafie. «Questa realtà sembra quella odierna di un territorio come il Canturino» ammonisce Addesso. Ma più in generale del Nord Lombardia, con le province di Como e Varese in prima linea: «C’è ricchezza, quindi è un territorio che attrae. C’è conflittualità, e quindi concorrenza sleale. E c’è sfiducia nelle capacità dello Stato di rispondere alle esigenze delle imprese».
Esiste un problema storico, sul tema: «Trattare il fenomeno come un problema di ordine pubblico - commenta il pm - Questa è una visione miope. Perché non è che se non c’è l’atto violento, allora non c’è la ’ndrangheta». Anzi, oggi i clan cercano proprio questo: silenzio e basso profilo. Perché dopotutto «hanno meno bisogno di manifestare il volto violento, perché sono una presenza riconosciuta. E quella violenza è insita» nella criminalità organizzata. E ben nota: «A chiunque».
Esistono «parti del mondo economico che dialogano con le imprese mafiose. Sono quelle parti figlie di una cultura per cui il profitto è l’unico obiettivo. Perché se è questo il nostro solo scopo, allora ecco che il rischio di una convergenza di interessi con gli ambienti criminali è» quantomai «attuale».
A chi gli ha chiesto come si possa riconoscere la realtà che offre servizi mafiosi, Addesso ha risposto senza scorciatoie: «Io quando mi dicono “sono inciampato in una impresa mafiosa e non me ne sono accorto” non ci credo. Anche perché nei territori piccoli ci si conosce tutti. La mafia si nutre della forza dei legami deboli. E i legami deboli non sono gli affiliati, ma il capitale sociale che consentono all’organizzazione criminale di respirare, allargarsi, acquisire fette di mercato».
Poi il magistrato ha lanciato un campanello d’allarme fortissimo sugli interessi del clan verso il turismo. E ha parlato proprio di Como: «Ci siamo chiesti mai chi c’è dietro a questo moltiplicarsi di realtà economiche che gestiscono i servizi del turismo? Sapete chi ha i servizi di sicurezza nei locali? E chi si sta accaparrando la ristorazione? Chi fa i controlli antimafia sulle licenze, sulle concessioni? Il turismo ha rivoluzionato il nostro territorio, ma chi compra a quei prezzi?». Ma tra tanti campanelli d’allarme, anche un raggio di speranza: «La parte sana è prevalente. Ma prima questa parte si accorgerà che c’è una malattia, più alta è la possibilità che questo paziente possa curarsi».
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