(Foto di archivio)
Società In città gli alloggi inutilizzati sono circa 9mila, il 19% del totale. I costi proibitivi, però, non aiutano. E a patirne è anche il ceto medio
Como
Più case vuote, più persone senza casa.
Questo è il paradosso sollevato dalla Fondazione Scalabrini nell’ultimo approfondimento appena pubblicato, sentiti 19 enti e realtà che lavorano sul territorio, dalla Caritas alle Acli, da Confindustria ad Ance. I numeri segnalati dallo studio «Il disagio abitativo a Como: oltre l’emergenza» rendono chiaro il problema. Sono circa, si calcola, circa 99mila le abitazioni sfitte o inutilizzate in provincia di Como, il 27% del patrimonio immobiliare. Circa 9mila in città, il 19% delle case censite. Oltre 250 gli alloggi pubblici dell’Aler vuoti o in attesa di riqualificazione. Nel frattempo però il mercato delle abitazioni sta diventando fuori portata per un numero crescente di persone. L’affitto medio nel capoluogo è sopra ai 14,8 euro al metro quadrato, i canoni salgono dell’8% ogni dodici mesi, un bilocale ormai raggiunge i 700 euro mensili. Il ceto medio, i comuni lavoratori, fatica a trovare una sistemazione in una città pur ricca di immobili.
«La crisi abitativa - si legge nel documento – non colpisce più solo i soggetti tradizionalmente fragili, sta erodendo anche il ceto medio, generando una vasta area grigia di vulnerabilità invisibile ai radar istituzionali». Senza abitazioni non arrivano nuove energie, significa frenare la produzione. «L’emergenza abitativa è un costo sociale, ma è anche un ostacolo alla sviluppo economico del territorio».
Più spazi al turismo, pregiudizi dei proprietari nel concedere affitti, salari fermi, ristrutturazioni bloccate, sono tra i fattori che aggravano il problema. Aler per rispondere ai dipendenti pubblici sta inoltre spostando parte del patrimonio verso questi lavoratori. Gli ultimi, indigenti e stranieri, rischiano di avere ancora meno posto. Secondo la fondazione la perdita della casa è l’ultimo grado dello scivolamento verso l’indigenza. Occorre trovare soluzioni per invertire la tendenza. «Le evidenze raccolte nel corso della ricerca restituiscono un quadro articolato, in cui il disagio abitativo non appare come un’emergenza circoscritta ma come l’esito di trasformazioni economiche, sociali e relazionali che investono in profondità il territorio. La casa rappresenta spesso il punto in cui queste tensioni si rendono visibili, ma raramente ne costituisce l’origine esclusiva: precarietà lavorativa, indebitamento, solitudine, fragilità familiari e carenza di reti di supporto si intrecciano progressivamente fino a compromettere la tenuta complessiva dei nuclei».
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