Pochi alberi in città? «I boschi non ci bastano»

Il dibattito Molinari e Patelli: «Como “impreparata” sul verde urbano». Le colline senza manutenzione: «I tempi per minimizzare sono finiti»

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Undici alberi ogni cento abitanti non sono più solo un dato, ma un punto di partenza per riflettere su quanto verde è Como nei suoi spazi urbani.

Ed è proprio pensando a quel numero, letto sul nostro quotidiano due giorni fa, che Stefano Molinari, presidente provinciale di FdI, commenta: «Non è un problema che scopriamo oggi perché lo dice uno studio. Io lo dico da tempo: Como ha bisogno di diventare una città più verde. Molto più verde. Qualcuno dirà: “Ma Como è circondata dal verde.” È vero. Ma una città verde non è semplicemente una città che ha boschi, montagne e colline intorno. Una città verde è una città che porta il verde anche dentro i propri quartieri, nelle strade, nelle piazze e negli spazi pubblici». Insomma, a chi in città alza gli occhi, si presenta una cornice verde, da Brunate fino alla Spina Verde. Ma è e rimane, appunto, una cornice. «Il problema non può essere ridotto alla singola pianta, alla singola potatura o alla singola battaglia per salvare un albero - continua Molinari -. Dobbiamo piantare nuovi alberi nei quartieri, creare nuovi filari, aumentare le zone d’ombra, intervenire sulle strade e sugli spazi pubblici, valorizzare i parchi e individuare nuove aree dove poter fare vera forestazione urbana. Perché un albero in città non è un ostacolo: è un’infrastruttura verde».

Dalla mitigazione del calore alla qualità dell’aria, c’entra anche la qualità di vita di chi in città ci vive tutti i giorni. Nelle scorse ore, mentre centinaia di essenze arboree venivano bruciate dall’incendio sul Monte Goj, la preoccupazione di Elisabetta Patelli (Europa Verde) era alta: «Continuiamo a comportarci come se il verde extraurbano fosse una risorsa inesauribile, quasi uno sfondo naturale garantito per sempre dal lago e dalle nostre colline, che compensa la povertà arborea della città. Si tagliano esemplari adulti sostituendoli, quando capita, con arbusti che per decenni non potranno garantire la stessa ombra, la stessa capacità di raffrescamento, di assorbimento delle acque, di cattura degli inquinanti e di sostegno alla biodiversità». E poi ci sono le colline, che abbracciano la convalle, sentieri «che per decenni hanno costituito una rete preziosa di percorrenza, manutenzione e presidio del territorio sono oggi in molti punti abbandonati, invasi dalla vegetazione e trasformati in boscaglie difficilmente attraversabili, con accumuli di sterpaglie e materiale secco. Non si tratta di eliminare indiscriminatamente il sottobosco, ma di tornare a gestire il territorio». A maggior ragione in una Como che, dalle alluvioni al rischio siccità, si è riscoperta come tante altre zone d’Italia anche lei vulnerabile di fronte al cambiamento climatico. «E invece la città appare ancora impreparata - continua Patelli -. Alberi considerati sacrificabili, nuove piantumazioni insufficienti, suolo impermeabilizzato, verde trattato come ornamento, manutenzione frammentaria, colline poco presidiate e soprattutto assenza di un vero Piano strategico. Non possiamo ricordarci degli alberi quando fanno ombra a 40 gradi, dei boschi quando bruciano, dei torrenti quando esondano e dei versanti quando franano. I tempi per minimizzare sono finiti».

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