Prescrizioni, 4 su 10 finiscono nel cestino. Chi può sceglie la sanità privata

Salute Sono 800mila le impegnative rimaste inutilizzate, nel Comasco, su un totale di 1,8 milioni. C’entra la difficoltà di trovare posto, ma per la Regione si tratta a volte di “ricette” non necessarie

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Più di quattro ricette mediche su dieci finiscono nel cestino. È il dato aggiornato a settembre relativo al periodo che va da gennaio a dicembre 2025. In media il 43% delle prescrizioni firmate per fare esami e visite - conferma la Regione - non è più utilizzabile perché sono scaduti i termini. In termini assoluti su 37,9 milioni di ricette emesse dai medici significa che 16,2 milioni vengono buttate. Fatte le dovute proporzioni su Como e provincia si può dire che nel 2025 su circa 1,8 milioni di ricette 800mila non sono state utilizzate.

È più alta la percentuale a livello regionale tra le ricette che hanno una scadenza differibile, il 50% viene buttato, meno tra le ricette urgenti, 41%, poco meno tra le brevi e le programmabili.

Per Como, o perlomeno per il territorio dell’intera Ats Insubria, questo dato è una conferma rispetto a quanto già registrato nel 2024, con un 44% ricette non utilizzate. Con distanze non così marcate rispetto ad altre province, 42,7% in Brianza, 39,3% a Bergamo, 38% a Brescia, meglio Milano al 33,4%.

Le motivazioni non sono di facile lettura. Capire perché una ricetta per essere sottoposti a una mammografia o una prescrizione per un controllo dal cardiologo siano finite nel cestino non è così immediato. Secondo molti medici di famiglia tanti assistiti, non riuscendo a trovare gratis tramite sistema sanitario, finiscono per lasciare nel cassetto la ricetta e andare a pagamento dai privati. «Che sia in corso una progressiva privatizzazione dei servizi sanitari anche di base è un dato di fatto», commenta Giuseppe Enrico Rivolta, storico membro del direttivo dell’Ordine dei medici di Como. Secondo l’assessorato al Welfare però la spiegazione è in parte diversa.

«Sulla base dei dati del monitoraggio relativi al periodo gennaio–dicembre 2025, possiamo affermare che circa il 43% delle prescrizioni relative a visite specialistiche e prestazioni di diagnostica che, alla data di rilevazione, non risultavano né erogate né prenotate, ad oggi non risultano più spendibili».

«Sarebbe tuttavia improprio ricondurre automaticamente tale quota a una criticità di accesso al sistema o, più in generale, considerare tutte queste prescrizioni come prestazioni “perdute”». Diversi i fattori in gioco. «Un primo elemento utile è rappresentato dal fatto che, ad oggi, solo per circa il 22% dei cittadini con una ricetta non spesa risulta un tentativo di negoziazione della prestazione. Rimane pertanto una quota pari a circa il 78% delle prescrizioni non utilizzate per la quale non risulta un tentativo di accesso attraverso tale percorso e le cui motivazioni possono essere riconducibili a fenomeni differenti». Ovvero «da un lato, il ricorso alla sanità privata attraverso fondi sanitari e coperture assicurative e, dall’altro, fenomeni di inappropriatezza prescrittiva». Ricette firmate, anche due o tre volte, ma non davvero così necessarie ai pazienti.

A tal proposito si ricorda che da ieri le ricette urgenti vanno prenotate entro massimo dieci giorni, quelle brevi entro trenta, poi scadono.

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