Referendum, un mese per decidere
Giustizia Separazione delle carriere, Csm sdoppiato e a sorteggio e Alta corte disciplinare per i magistrati. Voto valido anche senza quorum. Il dibattito politico banalizza un voto che sposterà i poteri democratici
Tra un mese 470mila comaschi saranno chiamati alle urne per il referendum costituzionale con il quale dovremo dare conferma, oppure dire di no, al testo della riforma sulla giustizia licenziato dalle Camere.
Si tratta del quinto referendum costituzionale della nostra storia dopo quello (approvato) sulla riforma del rapporto Stato-Regioni, quelli (respinti) sul ridisegno dei poteri del premier, sul Senato federale e sulla devolution prima e sulla cosiddetta riforma Renzi-Boschi sul superamento del bicameralismo paritario e la riduzione del competenze del Senato poi, e infine quello approvato sulla riduzione del numero dei parlamentari (da 945 a 600).
Il referendum del 22 e 23 marzo è il primo sul tema della giustizia. Ma sui cui contenuti, anche a causa di una campagna referendaria caratterizzata (da entrambe le parti) da slogan totalmente fuorvianti, c’è ancora tantissima disinformazione.
Di cosa parliamo
A un mese dall’appuntamento con le urne, dunque, è ancor più indispensabile provare a far chiarezza.
Va subito chiarito che le riforme costituzionali non nascono per risolvere emergenze o problemi contingenti. Servono a ridefinire equilibri che sono destinati a durare nel tempo. In questo caso, l’equilibrio riguarda il rapporto tra magistratura, politica e cittadini, e il modo in cui il potere giudiziario si colloca nel sistema democratico. Quindi vale la pena sottolineare su cosa non si è chiamati a votare. Non è un “sì” o un “no” sulla giustizia che funziona o non funziona , sui tempi delle sentenza, né un voto pro o contro i magistrati. È un referendum costituzionale e come tutti i referendum costituzionali riguarda, prima di tutto, l’assetto dei poteri dello Stato italiano.
Altro chiarimento importante: non si tratta di un referendum abrogativo, dunque non c’è quorum e non si vota su singole parti. Gli elettori sono chiamati a dire sì o no all’intero impianto della riforma e basta anche solo un voto perché il risultato sia valido.
Saranno ben sette gli articoli della Costituzione che si vogliono modificare con il referendum, alcuni in modo impercettibile altri sensibilmente.
Più nel dettaglio la riforma vuole incidere sull’ordinamento della magistratura, sull’autogoverno della stessa e sulla disciplina. Più nel dettaglio: in caso di vittoria del si avremo la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura e l’istituzione di una nuova Alta Corte disciplinare.
Separazione delle carriere
In Italia ci sono oggi circa 9mila magistrati, di questi un quarto sono pubblici ministeri i restanti sono giudici. Attualmente il percorso formativo e di selezione (attraverso concorso) di pm e giudici è identico. Entrambe le figure sono magistrati, anche se i pm si occupano di svolgere le indagini e, nel caso, chiedere il processo e la condanna per gli indagati e gli imputati, mentre i giudici si occupano (lo dice la parola stessa) di giudicare.
Chi vuole il sì lo fa perché convinto che il far parte, entrambe le figure, di una sola magistratura incide sull’effettiva terzietà al momento delle sentenze. Chi è per il no sottolinea come l’alto numero di assoluzioni dimostra come il sistema in realtà ha già tutti gli anticorpi necessari.
Doppio Csm
La separazione delle carriere porterebbe con sé la necessità di creare due Consigli superiori della magistratura, uno per i pm l’altro per i giudici. Essendo un potere autonomo dello Stato - a garanzia del modello democratico che i Costituenti hanno dato all’Italia - quello giudiziario ha un organo di autogoverno: il Csm, appunto. Che decide sulle nomine agli incarichi direttivi, sui trasferimenti, sul funzionamento degli uffici giudiziari e sui provvedimenti disciplinari a carico dei magistrati. La riforma vorrebbe due Csm separati, togliendo loro (ci arriveremo) la competenza sulle questioni disciplinari.
Il sorteggio
Uno degli aspetti più controversi è la procedura per scegliere i membri del Csm (che, va ricordato, è presieduto dal Presidente della Repubblica). Oggi i due terzi togati (ovvero magistrati) vengono eletti da giudici e pm, e un terzo viene eletto con maggioranza qualificata (i due terzi delle Camere) dal Parlamento, e quindi dalla politica. I fautori della riforma, però, contestano il fatto che il Csm sia “ostaggio” delle correnti interne alla magistratura e, per scongiurare ciò, che è necessario procedere al sorteggio. Di fatto i membri togati verrebbero estratti a sorte tra tutti i magistrati, i laici sarebbero sorteggiati ma da un elenco predisposto dalle Camere, non più con maggioranza qualificata ma semplice (ovvero 50% più uno). Detto dei motivi del sì, va sottolineato che chi invita a votare no è preoccupato per il fatto che il futuro Csm sarebbe a trazione politica.
Alta corte disciplinare
Ultima eventuale novità, la nascita di un’Alta corte disciplinare chiamata a giudicare sotto il profilo deontologico i magistrati. Composta da 15 membri (sei magistrati di cui 3 sorteggiati tra i giudicanti, 3 tra i requirenti cioè pm, 3 laici scelti tra professori ordinari di diritto e 3 avvocati con almeno 15 anni di esercizio eletti dalle Camere, 3 nominati dal Presidente della Repubblica) dovrà eventualmente irrogare sanzioni disciplinari ai magistrati. Verrebbe anche cancellata la possibilità di fare ricorso contro le sentenze alla Corte di Cassazione, lasciando facoltà di ricorso sempre davanti alla stessa Alta corte disciplinare. Per i sì parliamo di una modifica che aumenterebbe la responsabilità dei magistrati (ritenuti oggi sostanzialmente impuniti) per il no di sottoporre l’azione dei magistrati al vaglio della politica, a fronte di numeri, riguardo alle sanzioni, oggi in linea con il resto d’Europa.
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