Salis, niente scontri: «Le carceri italiane devono cambiare»

A Rebbio Dopo le polemiche, l’accoglienza del quartiere. Nel pomeriggio l’ispezione parlamentare al Bassone: «Passare dalla giustizia punitiva a quella trasformativa»

Como

Alla fine Ilaria Salis è arrivata a Como. E la presenza è stata proporzionale alle dimensioni del ping pong di polemiche degli ultimi giorni: sala parrocchiale piena, gente in piedi nel corridoio, altre aule allestite in collegamento.

«Ringrazio don Giusto per il lavoro che fa e per l’accoglienza calorosa in barba alle intimidazioni dei giorni passati» ha detto venerdì sera Salis. Il suo nome però va contestualizzato all’interno di un evento dedicato alla dimensione carceraria. Salis è stata infatti solo una delle sei persone che, alternandosi al microfono, hanno condotto la conversazione.

«Risale a novembre la rivolta e il suicidio di un ragazzo della mia stessa età al Bassone» ha detto Lucas Radice, segretario provinciale della Sinistra Italiana. «La vicenda è stata trattata come emergenziale e straordinaria, ma è un’emergenza permanente. A Como abbiamo una delle strutture più sovraffollate d’Italia». Dietro al grosso cancello della casa circondariale, «tre metri quadri sono lo spazio medio pro capite per ogni detenuto. Si tratta di uno spazio in cui una persona non può vivere. L’impatto sulla salute mentale e fisica c’è, così come sulle condizioni di lavoro degli agenti penitenziari».

A questo proposito, nel pomeriggio di venerdì l’europarlamentare di Avs è entrata al Bassone per un’ispezione a sorpresa, permessa dalla legge senza bisogno di autorizzazione al fine di verificare le condizioni di detenzione e di lavoro . «Ho trovato ciò che si trova nelle carceri italiane - ha detto Salis -. Un grosso problema di sovraffollamento, la mancanza di educatori, che sono uno ogni oltre cento detenuti. C’è la muffa nei bagni, i materassi logori, le lenzuola sporche».

Non c’è cosa però che racconti la quotidianità detentiva meglio di una persona che in carcere ha passato anni, come Francesco, un detenuto del Bassone che ha affidato a Paolo Bellati, operatore sociale, i suoi scritti: «In alcuni reparti si sta 20 ore in cella, non c’è occasione di avere uno spazio in cui racchiudersi in se stessi, tra persone che si feriscono e tentano il suicidio». Anche Ilaria Salis, ha ricordato i mesi in carcere in Ungheria: «Avevo la percezione di una logica punitiva: siccome hai sbagliato, allora non hai più diritti. Eppure a chi entra in carcere deve essere data una possibilità di riscatto. Tornare nel mondo fuori senza aver seguito un percorso trattamentale vuol dire lasciare che il carcere replichi se stesso, come un tumore con le metastasi».

Laura Molinari, operatrice del Csv Insubria, è un’altra testimone della casa circondariale di Como. Ha raccontato dei centri diurni del progetto “Acdc” «nato per rispondere ai bisogni delle persone più fragili, principalmente con dipendenze e grave disagio psichico. Per questi individui, la conflittualità e l’isolamento sono ancora più alte e la possibilità di riabilitazione è più difficile per via del sovraffollamento». A Como il centro «è attivo ogni settimana cinque volte nella sezione maschile e due volte al femminile, con attività educative di gruppo e individualizzate».

Infine, nell’aula parrocchiale non poteva che esserci anche l’intervento di don Giusto Della Valle, parroco di Rebbio: «Noi qui ospitiamo persone torturate in Libia e in Tunisia dalla polizia e dai trafficanti, persone vendute come gli schiavi». Il carcere di Como «è pieno di diciottenni, ventenni stranieri con queste storie: quale risposta per loro? Una politica migratoria seria, una presa in carico educativa anche dopo i 18 anni. Vero, a volte occorre fermare chi fa male, l’arresto ha senso. Ma servono educatori».

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