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Bilanci Aumenta il numero dei pazienti cronici (ormai il 40% della popolazione comasca) e quello degli anziani. Risultato: l’assistenza costa sempre di più. Lo scorso anno Ats ha speso 200 milioni di euro solo per i farmaci
Lettura 1 min.La spesa sanitaria a Como e provincia aumenta, così come purtroppo aumentano i pazienti cronici e la popolazione anziana.
Ricorre, leggendo i bilanci dei nostri enti sanitari, la parola “criticità” a proposito delle spese necessarie a garantire servizi e cure.
Occorre intanto ricordare che i pazienti cronici nel Comasco sono 241mila, circa il 40% della popolazione totale, mentre gli over 75 sono passati nell’ultimo lustro da 69.300 a 78.800, un balzo del 14% destinato a crescere.
Di contro ospedali e ambulatori faticano a trovare personale, l’Asst Lariana spende circa 200 milioni all’anno per i sanitari dipendenti, 15 in più rispetto all’anno precedente, cresce però il conto per la libera professione e le collaborazioni esterne vista «la necessità di far fronte alle persistenti carenze di organico in alcune strutture aziendali che non è stato possibile colmare attraverso le ordinarie procedure». Fino al 2027 è ancora in essere un contratto con una cooperativa per reclutare soprattutto infermieri, 7,5 milioni. Senza medici sono stati dati in gestione alcuni servizi, per esempio sul lago, 87 milioni in dieci anni per le case di comunità. In primavera si è a lungo dibattuto a livello regionale del congelamento delle assunzioni per far fronte a un presunto contenimento delle spese imposto dalle autorità nazionali. Per attrarre specialisti, a volte anche pensionati, sono stati di recente riconosciuti scatti importanti, vale a dire altri soldi.
E poi alla nostra sanità pubblica è chiesto di fare uno sforzo per garantire prestazioni aggiuntive, per esempio nella diagnostica, nell’assistenza domiciliare, la richiesta da parte delle famiglie non manca mai. Sempre a proposito di cure quotidiane la nostra Ats, tra reparti e farmacie, spende all’anno in provincia di Como circa 240 milioni in farmaci, il 30% in più rispetto al pre pandemia, i costi sono spinti dalle nuove terapie innovative e la popolazione esente dai pagamenti non è lontana dalla metà del totale. È lecito dunque domandarsi quanto a lungo tutto questo sistema possa reggere.
«Intanto è in corso una crescente compartecipazione alla spesa sanitaria – così riflette Claudio Zanon, già direttore sanitario del Valduce oggi direttore scientifico di Motore Sanità – Non potendo garantire tutte le prestazioni a tutti nei tempi previsti, molti scelgono, al netto delle tasse, di pagare di tasca propria facendo ricorso al privato, altri purtroppo invece si dimenticano di curarsi. Io penso che questa china in discesa proseguirà finché continueremo ad adottare sistemi vecchi e ormai superati per organizzare la nostra sanità. Aumentare soltanto l’offerta di esami e visite significa veder crescere la domanda da parte dei pazienti. Dobbiamo usare la tecnologia per monitorare a casa una fascia della popolazione. Dobbiamo migliorare l’appropriatezza delle prescrizioni a volte non necessarie. Dobbiamo contenere la spesa evitando sprechi ed esami doppi e tripli».
Restano però pochi medici e tanti ammalati. «Mancano soprattutto infermieri – dice Zanon –, mentre i medici non ci sono solo in alcune specialità, dai Pronto soccorso alla medicina di base. Bisogna trattare meglio questi lavoratori, con salari e misure di welfare che funzionino».
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