Sono stata fortunata, l’amore vince su tutto. Il lavoro? Non finisce mai
Intervista Bruna Lai Masciadri, socia fondatrice del Museo della seta di Como, aperto insieme alla classe del ’27, e Abbondino d’oro 2014
Sono migliaia i campioni di tessuto conservati nell’archivio del Museo della seta di Como. Eppure, tra tutti quei colori e stampe della moda che fu, Bruna Lai Masciadri sa esattamente come orientarsi. Dopotutto è lei che, per più di 40 anni, ha catalogato con cura campioni, bozzetti, planches e libri. Quando glielo si fa notare, rifiuta qualsiasi lode. Su una cosa però, è categorica: «Non voglio più sentirmi dire quanti anni ho».
Buongiorno Bruna, le va di fare una chiacchierata?
Non amo espormi, mi piace essere discreta. Sono cresciuta con l’idea che chi vuole fare qualcosa lo fa e basta senza mettersi in mostra.
Da dove ha imparato questa filosofia?
Dalla mia famiglia: mi hanno insegnato la libertà e l’amore per il prossimo. Mio padre era un uomo di comando, ma sempre dolcissimo con me. Era chimico e tintore. Mia nonna invece, a cui ero molto affezionata, diede asilo ai prigionieri di guerra e per questo ricevette una medaglia con scritto: “Omnia vincit amor”. Ecco, in casa mi hanno insegnato questo.
Che bambina era?
Sono nata figlia unica. Anche se ho avuto delle amicizie, stavo bene da sola. Capitava che scappassi dalla mia casa di via Torno. Lo sapevano che andavo da mia nonna. Mi viziava e mi raccontava la storia della sua famiglia.
Lei ha dedicato più di 40 anni al Museo della seta, ma si ricorda cosa voleva fare da grande?
Disegnare. Disegnavo anche sui muri. Mi hanno mandata al liceo per tradizione, ma sarei stata perfetta al Setificio. Nel primo periodo andò tutto bene, poi non mi trovavo. A un certo punto avevo detto a mia mamma che non volevo più andare a scuola. Io volevo fare il liceo artistico.
E com’è andata?
Sono riuscita a frequentare, seppur per poco, il liceo di Brera. Entrare lì mi faceva sentire come Picasso. Ho conosciuto persone interessanti tra cui Fernanda Wittgens. Poi non sono potuta più andarci per via dei bombardamenti.
Ma lei si è sempre occupata di tessuti?
No, anzi, il mio primo lavoro fu in un asilo nido. Avevo 16 anni e il mio capo era una donna molto severa. Però la ringrazio, perchè lì ho imparato ad avere un profondo senso dell’ordine in ogni lavoro.
Senz’altro la precisione le è tornata utile nel gestire l’archivio del museo di via Castelnuovo: cosa si può trovare qui?
Tantissimo. Ci sono campioni di tessuto di ogni tipo ed epoca, ma anche capi d’abbigliamento, disegni, documenti, disegni, libri, campionari e altri oggetti di lavoro. Riceviamo molte donazioni da aziende, fondazioni o singoli.
C’è sempre qualcosa da fare...
Esatto, il lavoro non finisce mai. Ho imparato a segare il legno e a verniciare. C’è ancora da sistemare, e qui non hanno ancora capito che non sono eterna (ride).
Mi fa fare un giro dell’archivio?
Certo, partiamo dall’entrata. In questi armadi di legno ci sono solo campioni della Pessina, dagli anni ’30 agli ’80. Ci sono libri e cassettiere con i fogli della ”carta prova”. Si tratta di disegni in cui il tessuto viene ingrandito fino a distinguere il singolo filo. C’è poi tutta la cravatteria, gli abiti, i disegni. C’è Armani, Pucci, Krizia, Ferragamo, Titta Porta...E poi l’archivio non si ferma alla seta. La prossima volta le devo far vedere altre cose.
Parliamo del museo: lei ne è socia fondatrice. Perchè?
Ad un certo punto la lavorazione della seta è passata dall’artigianato al mondo dell’industria. E io ho vissuto l’ondata degli imprenditori che trasformarono Como nel dopoguerra. Ricordiamoci che qui si producevano anche i macchinari.
Da dove ha avuto l’idea?
Nel 1984 andai a vedere la tintoria Pessina, che stava chiudendo, insieme a mia cugina. Ebbi l’idea di prendere qualche macchinario perchè il pensiero che finissero in discarica mi dispiaceva. C’è stato un momento storico in cui quella tintoria dava lavoro a mille operai. Quel giorno, invece, ci trovavamo in mezzo a polvere, campionari, stampini per le cimose e un’infinità di altri oggetti.
E poi?
Poi con la Stecca della mia classe abbiamo unito le forze e nel 1990 il museo ha aperto. Con i due presidenti Federico Mantero e Giovanni Orsenigo ho sperimentato la gioia del lavorare insieme. Qui ho visto operai emozionarsi davanti ai macchinari che avevano utilizzato. Ho conosciuto amici della Stecca e parecchi studenti universitari.
Come si fa a lavorare per tutti questi anni con lo stesso entusiasmo?
Bisogna andare d’accordo. E dare prima di chiedere. L’ho imparato in famiglia e l’ho applicato al lavoro. Odio litigare. Però sono una donna caparbia: non mi fermo.
In tutto questo tran tran la sua famiglia l’ha supportata?
Con Emilio, mio marito, sono stata fortunatissima. Si può dire che abbiamo camminato 54 anni insieme, non ero mai dietro di lui. La sua famiglia mi ha accolta come una di loro, ed Emilio forse è diventato il figlio che mio papà non aveva mai avuto.
Chi c’è nella sua vita adesso?
Ho due figli, tre nipoti e quattro bisnipoti. A volte magari non sono d’accordo con quello che fanno, ma la vita è loro, e io trasmetto quell’affetto libero e profondo con cui sono cresciuta.
Ha un desiderio per il futuro del museo?
Vorrei computerizzare tutto, così chi viene qui a fare ricerca trova i materiali più facilmente. Certo è che per rendere il museo perfetto ci vogliono anche i soldi. Più in grande, invece, sogno una cittadella della cultura.
Senta Bruna, ma lei è soddisfatta della sua vita finora?
Sì, ora posso dirlo: ho vissuto una vita felice.
Il suo ultimo consiglio?
Stamattina ho aperto la finestra, ho visto il sole sul prato e le margherite, e ho ringraziato il Padre eterno. Forse, il segreto è godere di queste cose semplici.
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