Sotto il cielo di Dubai, i comaschi in attesa: «Sorpresi dai missili»
Le testimonianze di chi si trovava in viaggio d’affari e di chi è rimasto bloccato dopo l’attacco iraniano e la chiusura dello spazio aereo
Como
Sembrano stelle cadenti, ma a Dubai non è la notte di san Lorenzo. È il mese del Ramadan e quelle scie nel cielo sono missili. A lanciarli è stato l’Iran, orfano del suo leader supremo e pedina di una partita su una scacchiera sull’orlo del tavolo.
Eppure il viavai di missili e droni iniziato sabato sera nel cielo di Dubai è «inaspettato», perchè certo Dubai non è famosa per il suo esercito, piuttosto per il flusso di turisti e capitali. Tra i grattacieli illuminati a giorno ci sono tantissimi italiani e persino qualche comasco che ha scelto, per amore o per carriera, di abitare in quell’emirato.
Come Debora Cordolcini, venticinquenne che risiede a Dubai dallo scorso ottobre, ma vive negli Emirati Arabi Uniti da un anno e mezzo. «La situazione è sotto controllo - racconta -. Da oggi (sabato ndr) ci sono missili e scoppi sopra la città, aerei militari che passano, ma niente di finalizzato ad attaccare i civili. Si tratta di intercettazioni dei missili che poi vengono colpiti» Nell’aggiornamento del pomeriggio, il governo degli Emirati Arabi ha annunciato di aver intercettato più di 500 droni iraniani.
Non a caso, nella notte tra sabato e domenica «è suonato l’allarme nazionale su tutti i telefoni, dicendo di stare al sicuro allontanandosi da finestre e luoghi aperti». Per il resto «non ci sono restrizioni ufficiali da parte del governo, solo viene richiesta cautela».
Al momento, la restrizione più grossa riguarda forse gli spostamenti: i cieli, inutile dirlo, sono bloccati. Persino Guido Crosetto, ministro della Difesa, è rimasto fermo a Dubai fino a domenica pomeriggio, quando è rientrato senza moglie e figli a bordo di un aereo militare. Le compagnie di linea e i jet privati rimangono fermi, tanto che si è scoperto di un gruppo di 15 comaschi, anche loro rimasti bloccati nella città araba, la quale doveva fungere soltanto da scalo nel viaggio di ritorno dall’India. Ora sono al sicuro in un hotel.
Insomma, ai locali così come ai turisti non resta che aspettare, per quanto l’attesa sia incerta. Nel frattempo, telefono in mano, ci si tiene aggiornati come si può. Gli avvisi vengono diffusi sì sulle pagine social delle autorità governative, ma anche su account che fino a un paio di giorni fa si occupavano di news locali e di intrattenimento. Ora però hanno riconvertito il proprio feed in una bacheca per diffondere informazioni di utilità pubblica. E così si apprende che il ministero delle risorse umane e dell’emiratizzazione ha chiesto al settore privato di attivare lo smart working almeno fino al 3 marzo, per ridurre gli spostamenti all’aperto.
Il tutto si mescola con foto e video delle nuvolette che si formano in cielo quando un missile viene distrutto, o delle fiamme che hanno avvolto l’hotel di lusso sull’isola di Palm Jumeirah mentre a Como si stava seguendo la finale di Sanremo.
Cordolcini, che sul Lario si è diplomata e a Dubai ha scelto di lavorare nel settore della ristorazione, aggiunge che nella sua città «si parlava di Iran e Usa ovviamente, ma non credo che fosse chiara a tutti la gravità e la velocità con la quale la cosa ha preso piede».
L’imprenditore in viaggio verso casa
Tra i grattacieli illuminati e la musica del sabato sera, nessuno si aspettava di dover pronunciare le parole “drone” e “contraerea”. Nemmeno Lorenzo Ferrari, imprenditore comasco attivo nel settore tessile che conosce dal 1999 l’area del Medio Oriente.
L’attacco nella città delle torri e della ricchezza arriva in modo del tutto inaspettato: «Dubai non ha coinvolgimenti politici quindi nessuno lo poteva immaginare - racconta -. L’Iran lancia questi attacchi per mettere pressione agli Usa nel fermarsi, ma non ha senso». Come riferisce l’imprenditore: «Dubai non è un hub militare, è un posto solo di business e turismo».
Sabato, il giorno in cui tutto è iniziato, Ferrari si trovava in Kuwait, un piccolo stato affacciato sul Golfo Persico, che confina con l’Iraq ed è di fronte all’Iran: «Sono partito per Riyad dieci minuti prima che chiudessero l’aeroporto e ora sono a Riyad» che è la capitale dell’Arabia Saudita. I rumori delle esplosioni si sono sentiti anche qui, ma il quadro è tutto in divenire.
Stasera Lorenzo Ferrari vuole salire a bordo di un’auto per raggiungere la moglie, che è rimasta a Dubai nella loro casa, che si trova proprio sulla cosiddetta “Palma”, cioè l’isola artificiale di Palm Jumeirah, dove un hotel di lusso è stato colpito da un missile, scatenando poi un incendio.
In contatto con la partner e con i vicini di casa, l’imprenditore ha raccontato che domenica mattina in città lo scenario era «alquanto surreale, tutto chiuso e tutti in casa». Dopotutto, è quello che stanno chiedendo le autorità locali per scoraggiare incidenti. Nel pomeriggio la situazione pareva «normalizzata». Nonostante ciò, Ferrari ha davanti un viaggio di oltre mille chilometri, attraverso il deserto, dove la meta è casa. Era dai tempi del Covid che non si vedeva un tale blocco aereo. Per quanto faticoso, l’auto è l’unico mezzo per spostarsi: «Non ci sono altre soluzioni».
Lo scalo senza bagaglio a Doha
«Qui va tutto relativamente bene, c’è l’incognita di capire quando si potrà riprendere il viaggio verso l’Italia». Inizia così il racconto di Gregory Bradelle, da una camera d’hotel a Doha, capitale de Qatar e separata da 370 km di mare da Dubai.
A Como Bradelle lavora come hotel manager a Villa Passalacqua e, se ora si trova a tempo indefinito a Doha, è per una beffarda coincidenza: «Negli scorsi giorni mi trovavo in Australia - racconta - e il mio viaggio di ritorno verso Milano prevedeva scalo a Doha. Quando siamo decollati, due ore dopo, il pilota ci ha annunciato che lo spazio aereo sopra Baghdad era stato chiuso e che dovevamo tornare indietro». Per fortuna a bordo «nessuno ha avuto il panico, hanno reagito tutti con molto controllo anche perchè nessuno ha voglia di mettersi in volo sapendo che ci sono missili in aria».
Riatterrati a Doha «abbiamo sentito delle deflagrazioni a distanza, e abbiamo cercato di raccogliere qualche informazione. In aeroporto ho incontrato cinque italiani con cui sono ancora in contatto».
Gregory Bradelle è rimasto allo scalo di Doha fino all’una di domenica mattina, poi il governo ha chiesto a tutti i viaggiatori di evacuare. «È partita la ricerca per le camere d’hotel. Ho fatto il check in alle 6.30. Dopo un paio d’ore di sonno molto veloce, la compagnia aerea ha confermato che tutti i voli sono stati cancellati».
Insomma, non resta che aspettare il prossimo «update» come lo chiama Gregory, che come tutti gli altri passeggeri del suo volo non ha più potuto recuperare la valigia in stiva. «Ho fatto il bucato in camera» racconta con un pizzico d’ironia, mentre sente fuori dalla finestra i mezzi aerei che sorvolano la città di Doha. «Ogni tanto si sentono dei botti e spunta un aereo militare. Fa strano. A tutti è consigliato di non uscire dalla struttura».
In una camera d’hotel, a 4mila chilometri dal suo Lario «pensiamo alle nostre famiglie che sono preoccupate, ma siamo al sicuro. Possiamo solo aspettare. Dipende da quando si riaprirà il cielo»
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