Stranieri in classe, a Como sono uno su otto
I più presenti sono i romeni, insieme ad ucraini, marocchini ed albanesi
Como
A Como e provincia un alunno su otto è straniero, ma sul totale della popolazione scolastica solo il 4% è nato fuori dall’Italia. Lo certifica un’analisi del centro di studi e ricerche Idos.
Romania, Ucraina, Marocco e Albania sono in ordine le nazionalità più rappresentate.
Sono esattamente 9.010 gli alunni stranieri iscritti nelle nostre scuole, pari al 12,2% del totale dei frequentanti, ma in realtà 5.765 di loro sono nati qui, nel Belpaese. Le seconde se non magari terze generazioni rappresentano il 64% degli alunni con cittadinanza straniera. Un dato relativo al 2025 maggioritario all’infanzia, dei 1.528 bambini stranieri (il 12,3% del totale) seduti sui banchi lariani il 77,7% è nato in Italia. Vuol dire in termini assoluti che i piccoli iscritti nati in altri Paesi presenti nelle materne dell’intera provincia sono in tutto 341, due punti percentuali dell’utenza complessiva.
Nuovi arrivi La quota di stranieri nati in Italia cala progressivamente tra i più grandi, alle elementari dei 3.453 alunni stranieri (il 14,1% del totale) il 66,6% è nato in Italia, alle medie dei 2.337 studenti stranieri (il 14,2% del totale) il 59% è nato nel bel paese e infine dei 1.692 stranieri che studiano alle superiori (l’8,3% del totale) il 53,2% è stato registrato nei nostri uffici anagrafe.
Sulla popolazione scolastica generale gli stranieri nati fuori dall’Italia rappresentano attorno al 4%. Poche le presenze straniere tra banchi sopra ai 14 anni, l’1,8% dell’utenza negli istituti professionali, il 2,8% nei licei e il 3,7% nei tecnici, tanto più se oltre la metà di loro è venuto al mondo dentro ai nostri confini.
Attenzione, nel 2025 dall’infanzia fino alle superiori gli alunni nuovi iscritti, che mai prima avevano frequentato qui le scuole, sono stati 214. Fino a quindici anni fa i nuovi alunni neo arrivati che non parlavano italiano da accogliere erano all’anno una dozzina per ogni istituto comprensivo, adesso sono circa uno o due per ciascuna grande scuola ogni dodici mesi.
«Sì, i nuovi arrivi sono ormai pochi - dice Giuseppina Porro dirigente dell’istituto Como lago – possono esserci zone ancora attrattive, ma i veri stranieri hanno numeri residuali, non siamo più una terra di frontiera. Tanto più che per le famiglie arrivare qui è complicato perché la nostra città è economicamente poco sostenibile. I più sono seconde o terze generazioni». «I nuovi stranieri anche da noi sono una percentuale molto esigua – spiega Gaetana Filosa preside della DaVinci-Ripamonti – sono quasi tutte famiglie qui da diversi anni».
Questo è il quadro generale, fornito dal centro studi Idos per conto dei sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil, in una provincia come la nostra che ha il tasso di popolazione straniera tra i più bassi della Lombardia insieme a Sondrio. Da noi gli stranieri sono l’8,7% sul totale dei residenti, 52.072, come risulta all’Istat a gennaio 2026. Si tratta di cittadini in media più giovani di noi, con una fascia di minorenni e under 30 preponderante, contro a un numero di grandi anziani molto ridotto, senza più però un crescente apporto di nuovi nati che invece le famiglie straniere garantivano fino a venti anni fa.
Tra i dati presenti nell’analisi i contratti attivati nel 2025 a lavoratori stranieri, 20.782, al 66,4% a tempo determinato soprattutto nelle attività di ristorazione e alloggio per la figura in particolare di cameriere.
Cittadinanza «Nelle scuole comasche ci sono 5.765 ragazze e ragazzi nati in Italia che non hanno la cittadinanza italiana – commenta il segretario della Cgil Como Sandro Estelli - sono quasi due su tre dei 9.010 studenti considerati stranieri. Eppure è difficile definirli tali, sono nati qui, cresciuti nelle nostre comunità.
E’ un dato che racconta il ruolo fondamentale della scuola pubblica, esercizio quotidiano di democrazia. Rimane però la questione della cittadinanza, non per costruire un’appartenenza che non esiste, ma per riconoscere quella che tanti ragazzi e ragazze vivono già. L’integrazione, però, non può fermarsi ai cancelli della scuola.
Deve trovare continuità nel lavoro, nell’accesso alla casa e ai servizi, nella possibilità per le persone e le loro famiglie di costruire un futuro».
Contratti stabili, migliori prospettive di vita. I nuovi arrivati hanno più difficoltà a costruire un stabilità, a trovare un alloggio. E del resto le imprese hanno bisogno di mano d’opera.
«Chi vive una condizione di maggiore vulnerabilità, anche per ragioni legate al permesso di soggiorno, rischia di essere più esposto a forme di ricatto.
In queste situazioni possono trovare spazio abusi, orari di lavoro non rispettati, straordinari non pagati, irregolarità contrattuali e contributive. Non si tratta di generalizzare, ma nemmeno di ignorare condizioni che possono favorire lo sfruttamento».
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