Tariffe delle Rsa: a Como +10% dal 2019 ad oggi
Prima della pandemia la retta mensile in media nelle Rsa cittadine costava da un minimo di 2.070 euro a un massimo di 2.520, adesso va da 2.295 a 2.810
Como
Prima della pandemia la retta mensile in media nelle Rsa cittadine costava da un minimo di 2.070 euro a un massimo di 2.520, adesso va da 2.295 a 2.810 euro. L’aumento delle tariffe delle residenze per anziani che pesano sulle spalle delle famiglie ha superato dal 2019 la doppia cifra, nel solo capoluogo si attesta tra il 10% e l’11%. Il balzo è più contenuto alla Ca’ d’Industria, che però partiva da rette più salate, strutture più economiche come il don Guanella e le Giuseppine hanno registrato ritocchi più significativi. Per questo l’aumento percentuale nelle strutture presenti in tutto il resto della provincia è perfino maggiore e si attesta attorno al 15%. Sono comunque rincari tra i 200 e i 300 euro al mese, un vero salasso sui bilanci familiari in un intero anno. Adesso la retta mensile più conveniente nel capoluogo costa esattamente 2.095 euro, la più onerosa 3.875.
E questi sono i costi nelle stanze che pure godono della compartecipazione del sistema pubblico, i letti in completa solvenza costano centinaia di euro in più. Si perché occorre aggiungere che la saturazione delle strutture è vicina al 99%, le liste d’attesa sono più che triplicate in poco più di un lustro, con un aumento sopra al 200%.
Non tutti i comaschi, è chiaro, possono permettersi di pagare simili cifre. Le pensioni non bastano, i figli devono contribuire, c’è chi si indebita e chi tenta di non pagare le rette. Sono più frequenti i ricorsi tramite legali per anziani che presentano condizioni di salute molto precarie, volendo dimostrare il diritto alla gratuità delle cure.
L’assistenza alla terza età affronta l’invecchiamento medio della popolazione, l’offerta nel complesso è rimasta ferma. La Regione pochi anni fa ha tentato, senza riuscirci, di imporre un blocco alle tariffe, peraltro disomogenee sul territorio. Como è la città più costosa dietro Milano e Monza, molto più per esempio di Sondrio e Lecco. La politica stava anche cercando di porre freno ai contenziosi per non pagare le rette, un fenomeno che mette in crisi i bilanci di diverse Rsa, ma ancora non sono stati introdotti nuovi strumenti. Vero è che non tutte le sentenze sono a favore dell’utenza, anzi di recente i giudici domandano approfondimenti sulle condizioni di fragilità più mirate.
«Per i casi più fragili le cure a domicilio sono troppo faticose e pericolose – commenta per la Cisl dei Laghi Gloria Paolini – da questo bisogno di assistenza visti i costi elevati viene esclusa una fetta importante della cittadinanza. Non si vede una luce, siamo preoccupati».
In Lombardia hanno dato vita al “Patto per la non autosufficienza” tante realtà, associazioni per la difesa dei diritti dei malati, come Alice o Aisla, oppure le Acli, insieme alle sigle dei caregiver e a diversi sindacati.
«Servono più investimenti – commenta Eleonara Vanni, la coordinatrice del patto che propone un nuovo welfare per la terza età – più risorse pubbliche, serve un intervento regionale e nazionale e non certo a sostegno delle sole famiglie con malati Alzheimer. Va posto un tetto alle rette, garantendo a chi ha bisogno un servizio residenziale, dunque più posti letto, le cure domiciliari non bastano in molti casi. Il nostro Paese invecchia e invecchierà ancora di più nei prossimi anni, se vogliamo rimanere civili non possiamo lasciare a loro stesse generazioni di anziani. Si tratta di un problema pressante, che oggi in larga parte grava sui parenti. Nelle prime fasi del Pnrr abbiamo sperato in una riforma complessiva del settore, che però non ha mai avuto seguito. Gli appelli, lanciati dai gestori del mondo non profit, si sono ripetuti senza esito negli ultimi anni».
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