Tavolini, sedie e colori delle tovaglie: il Comune di Como rimedia un altro ricorso al Tar

Sul tavolo dei giudici amministrativi di Milano è arrivato anche il regolamento per l’occupazione del suolo pubblico, approvato dal consiglio comunale lo scorso 29 dicembre e contro il quale diversi esercizi commerciali hanno deciso di presentare ricorso per chiederne l’annullamento

Como

Sul tavolo dei giudici amministrativi del Tar di Milano è arrivato anche il regolamento per l’occupazione del suolo pubblico, approvato dal consiglio comunale lo scorso 29 dicembre e contro il quale diversi esercizi commerciali hanno deciso di presentare ricorso per chiederne l’annullamento. Il testo tra le altre cose prevede una serie di prescrizioni che vanno dalla riduzione della durata delle concessioni al dimezzamento degli spazi esterni, ma anche su arredi, tipologia e colori di tavoli e sedie, ombrelloni, portamenu e perfino tovaglie (solo tinta unita).

Il ricorso al Tar, per cui il Comune si è già costituito in giudizio, non prevede richieste di sospensiva e quindi si andrà direttamente nel merito, vede una dozzina di sottoscrittori tra i locali principalmente del centro.

Della delibera vengono contestati una serie di provvedimenti, vizi di legittimità come pure la mancanza di confronto approfondito e formale con gli esercenti e con le associazioni di categoria. «Il regolamento – spiega l’avvocato Enzo Robaldo di Milano, che assiste il gruppo di commercianti – abbrevia in modo significativo i termini di durata delle concessioni e, ogni volta, ne mette in gioco il rilascio della successiva. Questo va a creare gravi danni agli esercenti che per far funzionare le loro attività in un contesto turistico e di alto livello come quello di Como dove l’utilizzo degli spazi pubblici esterni ha un ruolo molto importante, investono, programmano e assumono i dipendenti. Proprio per questo hanno bisogno di un minimo di tranquillità per poter pianificare le proprie attività. C’è chi ha acquistato locali, chi paga l’affitto e lo ha fatto con determinate regole oggi modificate che lasciano le imprese nell’incertezza. Inoltre anche il regime transitorio presenta poca chiarezza». Il legale parla di provvedimenti che «hanno colpito aziende che operano nel rispetto della legge, alla luce del sole e pagano le tasse e che oggi si trovano nella precarietà».

Quando si parla di investimenti vanno inclusi anche gli arredi che sono stati modificati in senso restrittivo per tipologie e colori. In particolare il primo articolo contestato è il 19 che riguarda durata delle concessioni, proroghe e rinnovi. Quelle permanenti «hanno durata continuativa superiore ad un anno e massima di due anni» mentre in passato si arrivava a 5 anni. Fanno eccezione i chioschi e le occupazioni con impianti pubblicitari, comunque sensibilmente ridotte rispetto a prima. Inoltre viene esplicitamente previsto che «le concessioni non sono prorogabili né rinnovabili» e quindi significa che ogni due anni va presentata la richiesta.

Proprio i tempi molto ridotti hanno portato il legale a parlare di «incertezza e precarietà per bar e ristoranti». Nel mirino c’è inoltre l’articolo 31, che prevede che «la superficie di suolo pubblico oggetto di concessione non può in ogni caso eccedere due volte la superficie interna di somministrazione del locale e la superficie di suolo concedibile non potrà in nessun caso superare i 90 mq». Tra le contestazioni, anche se meno impattanti, le norme sugli arredi, inserite nell’articolo 33. In particolare vengono vietati panche, sgabelli, divani e pouf e gli ombrelloni devono avere caratteristiche precise, ampliate durante la discussione in aula per quanto riguarda i colori rispetto alla proposta iniziale dell’esecutivo. Devono avere «una sola gamba, facilmente amovibili con telo in tessuto di colore chiaro Ra 1013, Ral 9012, Ral 9003 o Ral 9016». No a pergole autoportanti o tensostrutture.

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