Teatri e show accessibili, Como fa scuola a ExpoAid

Disabilità All’appuntamento di Rimini la direttrice del Sociale Barbara Minghetti e la danzatrice Elena Ajani. Lis, tatto, sottotitoli: «Il palco può creare relazioni e far sentire le persone uguali nonostante le differenze»

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dall’inviata

Non è un caso se, nelle ore di ExpoAid, ci sono ragazzi con disabilità che si esibiscono. O se, nei racconti delle associazioni, i percorsi riabilitativi hanno spesso a che fare con la creatività.

Alle serate riminesi dell’evento, chi è sordo sente la musica attraverso la Lis. E non è poi così diverso da ciò che Barbara Minghetti, direttrice del Teatro Sociale, sta facendo nella sua Como: «Cerchiamo di lavorare sulla partecipazione del pubblico per garantire l’accesso a tutti. Nel nostro caso lo facciamo in una struttura del 1813, ma credo sia un tema giusto da portare al ministro, per aiutare i teatri a diventare accessibili». Partita dal Lario, a ExpoAid Minghetti ha portato anche il caso di Opera education e le immagini dei bimbi che, con Opera domani, hanno imparato un'aria del Rigoletto in lingua Lis. «Abbiamo iniziato a farlo quando nelle scuole gli insegnanti ci raccontavano dei bambini con disabilità che si sentivano esclusi».

A Como l’opera lirica, quella creata in un’epoca lontana, si fa accessibile anche con la sovratitolazione, il sistema Sennheiser per l’ascolto guidato e la possibilità di vedere attraverso i polpastrelli gli abiti e gli oggetti di scena. «Siamo produttori di opera lirica noi, e sappiamo che non abbiamo tutte le competenze - continua Minghetti - per questo collaboriamo con il Terzo settore e le università». Ma, al di là dell’accessibilità degli spazi e dei sensi, ce n’è un’altra più sottile, testimoniata anche dagli atri relatori: «Il teatro può creare relazioni e far sentire le persone uguali nonostante le differenze. E forse cantare insieme è una delle azioni artistiche più democratiche».

Il caso ha voluto che, poco prima del suo seminario, Minghetti abbia incontrato Elena Ajani, anche lei comasca, ma trapiantata in Veneto. Nella vita è danzatrice, coreografa e ricercatrice: c’è il suo lavoro dietro alla rassegna estiva di Casa Natta. Al microfono di ExpoAid, Ajani racconta dell’anno, il 2019, in cui ha iniziato a studiare la Lis. Nelle prime coreografie che scrive, «il corpo è mosso dal segno Lis». Una sera, durante un suo spettacolo, in platea c’è seduto Giorgio, una persona sordocieca che, dopo l’esibizione le dirà: «Ti ho visto danzare attraverso le vibrazioni del pavimento e lo spostamento dell’aria».

«In quel momento -racconta Ajani - mi ha fatto capire che l’impossibile può diventare possibile, non perchè esista la bacchetta magica ma perchè si è disposti a cambiare il punto di vista e andare oltre a ciò che si crede di sapere». Nella sua carriera artistica, Ajani lo testimonia ogni volta: «La danza è un altro modo per esprimere fuori ciò che succede dentro, in modo universale». Ma forse questo, Elena Ajani, lo aveva capito già da piccola: «Dai 6 ai 28 anni ho balbettato - rivela -. Credevo che il sentire andasse oltre le orecchie e il dire oltre la bocca».

Lo racconta bene, accompagnata dai suoi quadri, anche anche Sarah Bellome, ragazza comasca di 28 anni, che disegna, dipinge, fa teatro e performance. A Rimini ha portato con sè sia le sue poesie, sia uno dei tanti quaderni risalenti al 1997, quando aveva solo 8 mesi e la madre, artista anche lei, ha deciso di incoraggiarla, smentendo chi diceva che Sarah, nella sua vita, sarebbe riuscita a fare poco. «Da piccola pasticciavo, usando il metodo Doman, e riconoscevo i quadri» racconta. Ora i quadri li fa anche lei, ad olio, a matita, a volte persino sulla seta. E la mamma, dopo essersi concessa una lacrima di commozione, scherza: «L’allievo ha superato il maestro».

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