Un medico ogni duemila comaschi. In Ticino sono il doppio: «Ora un freno»

Sanità. L’Ordine ticinese lancia l’allarme sulla fuga dei sanitari lombardi: «Questione etica». Oltre confine il numero di pediatri di famiglia e di giovani “generalisti” è quasi quintuplicato

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In provincia di Como per ogni medico ci sono 2mila cittadini, il rapporto in Ticino è due volte migliore. Quanto alla fuga dei sanitari oltre frontiera secondo l’Ordine ticinese «serve un freno, c’è un limite etico».

Scrive l’associazione dei giovani medici e pediatri di famiglia svizzeri, Jhas, più rappresentativa nei Cantoni interni, che dal 2017 i suoi iscritti sono quintuplicati e sono passati da 443 a 2.300. Un trend che si può dire opposto rispetto al nostro, dalla pandemia gli iscritti ai corsi per diventare medico di medicina generale in Lombardia si sono prosciugati.

Scrive l’associazione MediX Ticino, cooperativa di camici bianchi, che nel Cantone si stimano 390 medici di famiglia attivi per circa 351mila abitanti totali, un medico ogni novecento cittadini. A Como e provincia restano al lavoro tra i 300 e i 290 medici di famiglia contro 598mila abitanti, dunque uno ogni 2mila cittadini.

«Da noi lavorano tanti medici stranieri – spiega Franco Denti, storico presidente dell’Ordine dei medici ticinesi – tantissimi italiani, anche frontalieri, con lo studio attorno a Lugano e la casa magari a Como o a Varese. In generale nel campo della sanità qui ci sono molti professionisti di provenienza internazionale, è così ancor più con gli infermieri. Tanti Paesi provano ad assorbire da altre nazioni sanitari, ci ha tentato anche l’Italia. Lungo il nostro confine questo fenomeno è però radicato. Forse di recente c’è stata una frenata, ma temo che ormai i buoi siano usciti dalla stalla. Andare dove ci sono migliori condizioni economiche e di vita è un fatto umano. Ma se c’è una strategia dietro credo serva una riflessione etica, bisogna chiedersi quanto sia giusto portare via medici e infermieri ad altre comunità che hanno con fatica investito sulla formazione e dove viene a mancare l’assistenza. Servirebbe porre un limite».

I medici di famiglia comaschi sono diminuiti e sono ormai in larga parte vicini alla pensione. «Anche noi dovremo presto cercare un ricambio – dice Denti – perché pensionati noi figli del baby boom passeremo il testimone a generazioni meno numerose. È vero però che noi non abbiamo limiti d’età obbligatori per la pensione. Ed è vero che all’Università della Svizzera italiana abbiamo costruito una nuova facoltà di Medicina, con un master dedicato alla medicina di famiglia le cui classi tutte al completo. Quanto ai colleghi di Como sapere che sono meno di 300 mi preoccupa, mi pare un dato allarmante. C’è stato un calo delle vocazioni dopo il Covid, sì, ma occorre trovare nuove strategie per garantire alla professione una attrattività e una importante posizione sociale».

Noi intendiamo concentrare le forze nelle Case delle comunità gestite dagli ospedali. «Penso che dei presidi sul territorio che facciano da filtro e siano attrezzati possano essere validi – così sempre Denti – non devono però essere troppo concentrati, non possono fare da riferimento i soli ospedali. È una lezione che ci ha lasciato la pandemia».

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