Violenza tra i giovani: «I primi segnali vanno colti»

L’intervento L’analisi del pedagogista: «Bisogna coinvolgere le famiglie, gli adulti siano d’esempio per i figli»

Instaurare un maggiore dialogo tra adulti, rafforzare la comunicazione con i ragazzi e intercettare i primi segnali di violenza, come gli episodi di bullismo, prese in giro o minacce, per evitare che il comportamento degeneri e sfoci in qualcosa di pericoloso.

Su questo bisognerebbe puntare secondo Raffaele Mantegazza, pedagogista comasco, alla luce dei crescenti episodi di violenza tra i giovanissimi.

Nel Comasco, fortunatamente, non ci sono stati casi gravi come quello di La Spezia dove uno studente è stato accoltellato a morte da un coetaneo, ma comunque non mancano situazioni potenzialmente rischiose.

La riflessione

«Il metal detector mi sembra assurdo, non bisogna trasformare la scuola in un carcere ed enfatizzare il fenomeno – rimarca Mantegazza -. Nonostante la tragicità degli episodi, comunque, siamo a un livello su cui si può ancora intervenire e lavorare su questi temi. Non ci si accoltella tutti i giorni, anche se ovviamente già uno è troppo. Bisogna coinvolgere il più possibile le famiglie, ricostruire il patto tra istituzione scolastica e famiglia. La scuola dà regole che in qualche modo i genitori devono contribuire a far rispettare. Serve lavorare continuamente con i genitori per far capire che i messaggi violenti non devono passare. Un lavoro da fare anche con il territorio, le società sportive, creando una rete in modo che la scuola non sia abbandonata. Ora sembra che tutto succeda lì».

È possibile, comunque, intercettare i primi segnali.

«L’altra questione è non sottovalutare i primi segnali di violenza. Se interveniamo, pur senza punire, quando ad esempio un ragazzo butta la merenda di un compagno nel gabinetto, tuteliamo la vittima e lavoriamo sul bullo – aggiunge Mantegazza -. Il ragazzo violento viene liberato da quel comportamento che non degenera, ma per fare questo serve grande attenzione e sensibilità. Ci sono situazioni nelle quali c’è un crescendo. Colpisce come i giovani non abbiano la percezione della gravità di quello che fanno: accoltellando un ragazzo rovini due vite, la sua e la tua. Prima si interviene e si lavora insieme a tutti quelli che hanno una responsabilità educativa, meglio è».

Fragilità

Gli adulti, naturalmente, devono essere i primi a dare il buon esempio.

«Se al semaforo scatta il rosso e mi metto subito a suonare il clacson litigando, il bambino seduto a fianco vede la scena. Oppure allo stadio comportamenti poco consoni, i ragazzi apprendono. La scuola va affiancata e aiutata, bisogna fare rete per coinvolgere tutti».

E conclude nella propria riflessione il pedagogista: «È facile dare colpe, ma magari alle spalle ci sono famiglie fragili che non ce la fanno da sole. Spesso si ha bisogno di qualcuno che aiuti: dallo psicologo all’allenatore di calcio. Fondamentale parlarci tra adulti e creare rete, per aiutare questi ragazzi».

Lavorando insieme dunque, scuola e famiglia, si possono prevenire comportamenti violenti.

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