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«A piedi in Giappone, visitando 88 templi su un’isola sacra»
L’intervista Maria Corno, pellegrina lariana e autrice di un libro sul viaggio compiuto ormai dieci anni fa a Shikoku, regione nipponica
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La lecchese Maria Corno ha scoperto la vocazione da pellegrina dopo i cinquant’anni, a metà degli anni duemila. Da quel momento in poi non si è più fermata. Dieci anni fa, insieme a Luigi, ha percorso i 1200 chilometri del “Cammino degli 88 templi di Shikoku”. Da questo viaggio ne è nato il libro omonimo, pubblicato recentemente da Ediciclo editore.
Come si diventa pellegrini?
È una domanda che richiede una risposta lunga. Ho sempre camminato: da lecchese mio padre mi portava spesso in montagna. Essere pellegrini però è diverso, ho iniziato a 54 anni approfittando di un periodo di vuoto lavorativo e familiare. Ho organizzato il mio primo cammino, partendo da Conques e arrivando fino a Finisterre, 1500 chilometri in solitaria in cinquanta giorni. I cammini europei preferisco affrontarli da sola, per quelli più esotici solitamente vado in compagnia.
Quali caratteristiche deve avere un pellegrino?
Il fisico dev’essere allenato ma non è una gara sportiva, spesso ci si allena strada facendo. Deve essere aperto alla meraviglia. Deve essere disponibile alla fatica e capace di autoascoltarsi, per avere cura di sé. Deve abbandonare le vesti del turista che “pretende”: il pellegrino quello che incontra prende, ed è sempre grato di ciò che trova.
Il “Cammino di Shikoku” lo scelse su proposta di Luigi, che non conosceva . Come mai accettò?
Avevo avuto una buona sintonia con lui e ho sentito di potermi fidare. Avevo già pensato a quel cammino, quando arrivò la sua proposta mi stuzzicò abbastanza da accettare. La fiducia è stata ben riposta: è stato un ottimo compagno di cammino.
Com’è stato il primo impatto col mondo giapponese?
Meraviglioso. Il primo impatto è stato con l’isola di Shikoku, un mondo a parte, con una tradizione molto radicata. Ho avuto la sensazione di entrare in un luogo sconosciuto. Mi hanno colpito molto anche la gentilezza dei giapponesi e la loro cura dei dettagli.
Cosa ha provato la prima volta che ha visitato un tempio nipponico?
Non sapevo più dove guardare, sono aree aperte che sorgono in diversi padiglioni, con una bella mescolanza tra statue e natura, spesso col classico laghetto con le carpe. Tutto è molto armonioso. La sensazione, varcando la soglia, è che si entri in un mondo ricchissimo di suoni, colori e profumi unici.
Quale degli 88 templi che ha visto l’ha più colpita?
Non lo saprei dire, a memoria non ricordo. Posso dire che mi hanno colpito di più quelli di montagna, veri e proprio luoghi di eremitaggio. In realtà ogni tempio ha un nome e un suo “carattere”.
Dove ha alloggiato?
Ho cercato di approfittare di tutte le possibilità offerte. Sono stata benissimo nei ryokan, piccole pensioncine a gestione famigliare. Adoravo la loro accoglienza, la doccia e poi il bagno caldo collettivo, una meraviglia. Dopo ti davano lo yukata da indossare e con quello si andava a gustarsi una cena fantastica, fatta di tante piccole portate. Si cenava alle 18 e la colazione era servita alle 6 del mattino.
In più ai pellegrini spesso lasciavano una piccola “lunch-box” alla partenza, composta da onigiri.
Ho sostato anche in alcuni templi, con alloggi simili ai ryokan, dove ho potuto partecipare anche ai riti dei monaci. Abbiamo dormito pure negli zenkonyado, alloggi che i privati mettono a disposizione dei pellegrini, spesso in cambio di una minima offerta.
Qual è il ricordo più bello di quel cammino?
Momenti belli ce ne sono stati tanti, in realtà in tutti i cammini ogni attimo è prezioso.
Ci sono stati momenti di difficoltà?
Ci sono sempre. Il cammino di Shikoku è diviso in quattro province che sono anche un percorso spirituale in quattro tappe: risveglio, perseveranza, illuminazione e nirvana. In ogni cammino le difficoltà contengono anche le soluzioni stesse. All’inizio devo dire che ho patito la stanchezza e il clima pesante ma, con una buona notte di sonno, ci si svegliava come nuovi.
Perché consiglieresti a un pellegrino il Cammino di Shikoku?
Per tanti motivi. Innanzi tutto il fascino del Giappone e in secondo luogo i paesaggi molto belli, tra oceano e montagna. I templi poi sono un mondo a parte e ti calano in un universo culturale incredibile, spiritualmente molto ricco.
Quali differenze hai riscontrato rispetto agli altri cammini?
Quando lo feci io era sicuramente meno affollato, c’erano pochi occidentali. Le tradizioni sono completamente diverse. Una grande differenza è il fatto che sia circolare: l’arrivo coincide con la partenza e si ha la sensazione particolare di chiudere un cerchio in cui il traguardo è lo stesso della partenza, ma tu sei profondamente cambiato.
Di tutti i cammini fatti, ne hai uno di cui conservi un ricordo più caro?
Ognuno ha la sua peculiarità e la sua bellezza. Recentemente ho fatto il Cammino di San Benedetto, da Norcia a Montecassino, sedici tappe in diciotto giorno.
Un camino appenninico in cui ho trovato un’accoglienza speciale.
Quale sarà il tuo prossimo cammino?
Non lo so ancora, spero di poter continuare la Via della Seta che sto facendo a tappe con un’amica. Siamo partiti da Venezia e per ora siamo arrivate fino a Baku.
Quale consiglio daresti a chi volesse diventare pellegrino?
Penso che ognuno sia pellegrino a modo suo. Gli direi comunque di approcciarsi con fiducia, dicendogli di trovare la propria misura, fisica e psichica. Gli direi anche di godersi quello che accade giorno per giorno, sicuramente scoprirà meraviglie, fuori e dentro sé.
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