Alida Valli, vent’anni fa la morte dell’antidiva cresciuta sul Lario
Aveva otto anni ed era la baronessina Alida Maria Laura Altenburger quando giunse a Como da Pola (allora italiana) nel 1929 per seguire il padre Gino, docente di Filosofia al liceo “Giovio”. Lo pseudonimo Valli glielo troveranno a Cinecittà nel ’36, sfogliando l’elenco del telefono. Sarà l’inizio di una carriera straordinaria
Como
Aveva otto anni ed era la baronessina Alida Maria Laura Altenburger quando giunse a Como da Pola (allora italiana) nel 1929 per seguire il padre Gino, docente di Filosofia al liceo “Giovio”. Lo pseudonimo Valli glielo troveranno a Cinecittà nel ’36, sfogliando l’elenco del telefono. Sarà l’inizio di una carriera straordinaria. E non soltanto per i successi ottenuti.
Oggi cadono i vent’anni dalla morte di Alida Valli, donna che ha vissuto molte vite, sia a livello artistico che personale, stella del cinema con un carattere da antidiva, che ha rifiutato lo star system di Hollywood, pagando una penale di 300mila dollari per rompere il contratto con il suo produttore americano, sottrarsi a feste obbligate e giornaliste di gossip, e tornare in Italia.
I diari Sono intensi, nei suoi diari, i ricordi lariani, che emergono anche nel consigliatissimo docufilm “Alida” di Mimmo Verdesca disponibile su Raiplay: «Per scacciare la mia solitudine, stupivo tutti attraversando il lago a nuoto» scrive. Ci sono foto di lei ai bagni regina Margherita, ovvero a Villa Geno, dove il contiguo giardino, appartato e resiliente un po’ come la Valli, sarebbe probabilmente il luogo ideale per ricordarla, se mai dovesse tornare in auge il tema di intitolarle uno spazio pubblico.
Alida abitò in due case a Como: prima in via Dante 46, poi in via Torno 8. Frequentò gli ultimi anni delle scuole elementari in via Briantea, le medie alle Canossiane e il ginnasio al liceo classico “Volta”. Il primo contatto con Roma e il cinema lo ebbe a quattordici anni, quando «mio padre», come si legge nel diario che durante l’adolescenza è stato il suo maggiore confidente, «mi allontanò da Como per alcuni giorni, perché avevo trascurato gli studi».
Sia il papà, morto prematuramente l’anno successivo, che la mamma, la pianista Silvia Obrekar, assecondarono il desiderio della giovanissima figlia di “fare il cinema”. Al primo tentativo fu respinta, ma lei non si diede per vinta e, nel luglio del ’36, le si spalancarono le porte del Centro sperimentale di cinematografia. Da quel momento, Alida comincia a inanellare una serie di successi nel cosiddetto “cinema dei telefoni bianchi”, che le valgono il titolo, giornalistico ma tutt’altro che esagerato, di “fidanzata d’Italia”. Per approfondire questo aspetto, si consiglia il libro “Lettere ad Alida Valli. Il culto di una diva nell’Italia fascista” di Federico Vitella, edito lo scorso anno da Marsilio.
Ragazzi e ragazze di ogni dove scrivevano all’attrice, sogno ed esempio, ma a volte anche genitori bisognosi di aiuto. Il regime la mandava a portare conforto ai soldati, come Marilyn Monroe al tempo della guerra di Corea.
Nel febbraio del 1940 le scrisse anche Neno Cantoni, pure lui ex studente del liceo “Volta” di Como: la invitava a non sprecare il suo talento in film mediocri e le proponeva una sceneggiatura scritta per lei. I due si vedranno la Pasqua successiva a Como per parlarne, ma nessuno poteva prevedere che la morte, nascosta in un invitante gelato, si sarebbe portata via Cantoni tre mesi dopo, a soli 21 anni.
Alida Valli pagherà pesantemente il secondo conflitto mondiale. Appena tredicenne si è innamorata di Carlo Cugnasca, aviatore comasco di otto anni più grande, e con la solita tenacia lo ha corteggiato finché lui non si è accorto di lei. Dopo una serie di colpi di scena, da fare impallidire quelli che abbondavano nei melodrammi dell’epoca, il giovane ufficiale ha ricambiato il sentimento. La loro felicità, però, verrà abbattuta assieme all’aereo di Carlo, in Libia, nel ’41.
Tuttavia, l’amore per lui e il legame con i Cugnasca perdureranno. All’indomani del 25 luglio ’43, dopo l’arresto di Mussolini, Alida si trova ospite dei suoceri mancati nella loro villa di Bellano, quando le giunge voce che vogliano linciarla perché ingiustamente ritenuta amante del Duce. Lei, come ha raccontato a Giorgio Cavalleri nel libro “Alida Valli. Una ragazza comasca” (Nuoveparole, 1996), esce di casa e cammina fino al lago guardando tutti negli occhi. Nessuno osa alzare un dito davanti a tanta fierezza. Nel 1945 chiamerà Carlo il primogenito avuto dal musicista Oscar De Mejo.
(Foto di Mario Schiani)
La canzone Ma torniamo al cinema: di quello dei “telefoni bianchi” bisogna ricordare almeno “Stasera niente di nuovo” di Mario Mattoli, in cui Alida canta per la prima volta “Ma l’amore no”, che diventerà uno dei maggiori successi del decennio nella versione di Lina Termini. Già l’anno precedente, il 1941, aveva debuttato nel cinema d’autore con “Piccolo mondo antico” di Mario Soldati. Le riprese furono l’occasione per tornare sul lago di Como e a Valsolda, sulla sponda comasca del Ceresio, dov’è ambientata la pellicola. Un altro film la riporterà per l’ultima volta sul Lario nel ’94, quando accetterà di interMa l’amore no, l’amore mio non può disperdersi nel vento con le rose: tanto è forte che non cederà, non sfiorirà. Io lo veglierò, io lo difenderò da tutte quelle insidie velenose che vorrebbero strapparlo al cuor, povero amor! di Michele Galdieri pretare la padrona dell’hotel (in realtà Villa del Balbianello, con interni girati a Villa Sola Cabiati e a Villa Olmo) in “Un mese al lago” di John Irvin.
(Foto di Pietro Berra)
Tra le sue miglior interpretazioni, quelle della contessa Serpieri in “Senso” (1954) di Luchino Visconti e della donna del popolo Irma ne “Il grido” (1957) di Michelangelo Antonioni. Altri due capolavori si sono intrecciati con i legami lariani: il lago si rivelò l’argomento con cui rompere il ghiaccio nel primo, tesissimo, provino con Hitchcock, che la scritturò come protagonista de “Il caso Paradine” (1947). Così ha ricordato l’episodio Alida sul rotocalco “Tempo”: «Lui, di fianco alla macchina da presa, come se mi intervistasse, mi parlava del Lago di Como – che conosceva bene – e io, ridendo, tentavo di rispondergli in un inglese rabberciato in cui affioravano spesso parole italiane».
Nel ’48, l’attrice approfittò di una pausa delle riprese de “Il terzo uomo” a Vienna per “scappare” a trovare sua madre, della quale si era fatta carico anche economicamente. Fuori dalla casa di via Torno trovò una coda di giornalisti, tra cui un altro ex studente del “Volta”, Morando Morandini. Inopinatamente l’inviato de “La Stampa” pubblicò l’indirizzo del domicilio nel suo articolo e, da quel momento, i fan spedirono a Como lettere e doni per la loro beniamina.
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