Alla Biennale vince l’arte che non grida
Venezia Il continente africano principale protagonista della nuova edizione aperta al pubblico da oggi . Molto presenti i temi della terra e dell’acqua, il femminile e anche i minerali rari per cui si scatenano guerre
Dimentichiamo la storia dell’arte occidentale. La mostra “In Minor Keys” della 61a edizione della Biennale di Venezia parla un linguaggio completamente diverso da quello dei principali musei di arte contemporanea. Il continente africano, con tutta la sua grande tradizione millenaria, filtrata attraverso una visione aggiornata della pratica artistica, traspare dalla gran parte dei lavori presenti ai Giardini e all’Arsenale.
La curatrice scomparsa
La squadra di curatori che ha concretizzato il progetto di Koyo Kouoh, scomparsa improvvisamente lo scorso anno, ha scelto artisti che realizzano, appunto, opere in “tonalità minore”: termine tratto dal mondo musicale per indicare le sottili vibrazioni, le risonanze interiori, i toni sommessi di “note” artistiche, che non risuonano altisonanti, ma fanno vibrare nel profondo gli animi umani. Opere che non gridano, ma si fanno sentire, e che non hanno paura di confrontarsi con i mostri sacri della storia dell’arte europea, come appare nel lavoro di Kader Attia all’Arsenale, che introduce lo spettatore con immagini che contrappongono opere di Picasso a maschere rituali, totem e sculture in legno. La sua grande installazione multimediale è dedicata all’intelligenza artificiale, sfidata e dominata dagli “spiriti” dell’Amazzonia.
L’anima della curatrice scomparsa e la sua passione per la poesia e la letteratura sembra aleggiare un po’ ovunque in questa mostra, che vuole mettere al centro la dimensione intima e spirituale dell’esistenza in dialogo con le tradizioni, il culto degli antenati, le anime degli esseri viventi animali e vegetali. Nel grande polittico che apre il percorso al padiglione centrale dei Giardini, opera di Marìa Magdalena Campos-Pons, il ritratto di Kouoh, prima donna africana a curare una Biennale, è omaggiato insieme a quello della scrittrice Toni Morrison, prima donna nera vincere il premio Nobel. Le due donne sono immerse nella natura rigogliosa di una pianta di magnolia, fiore iconico del Sud degli Stati Uniti. La natura, appunto, e gli elementi della terra e dell’acqua sono temi molto presenti nella mostra. Sulla facciata dello stesso padiglione ci accoglie un lavoro di Otobong Nkanga che ha realizzato piccoli spazi piantumati per offrire rifugio agli insetti e creare della vita naturale sulla facciata storica dell’edificio.
Diverse installazioni ed opere pittoriche nel percorso riflettono sulla necessità di ritornare a un equilibrio tra mondo dell’uomo e mondo naturale sottolineando l’incontro con le piante, l’acqua, il vento, gli animali e gli spiriti che abitano ogni spazio. Tale aspetto è interpretato molto bene anche dall’artista Chiara Camoni, chiamata a rappresentare l’Italia che ha trasformato lo spazio del padiglione in un luogo carico di tensione e di energia ancestrale. Una serie di figure totemiche in grés smaltato, da cui spuntano rami e foglie, nella semioscurità creano un bosco in cui perdersi e ritrovarsi, in cui ritrovare il gusto per la meraviglia e sentirsi parte di una realtà molto più complessa della banalità del quotidiano.
Uno degli aspetti più interessanti di questa Biennale è l’armonia dell’allestimento aperto e la risonanza delle opere, mai troppo distanti l’una dall’altra. C’è una coerenza intrinseca pur nella diversità dei materiali e delle forme con cui gli artisti si esprimono nel loro lavoro. Così, si può trovare, ad esempio, una curiosa corrispondenza tra il lavoro video di un’artista sudcoreana come Yo-E Ryou, che indaga il respiro e il silenzio di una comunità di donne che portano avanti la tradizione di immergersi in profondità nel mare per raccogliere cibo e quello di Eglé Budvytyté, che nel padiglione della Lituania, traduce in una videoinstallazione in due parti la ricerca dello “spirito del luogo”: i performer uniscono il loro corpo in stato di trance ai reperti archeologici e agli scavi della Grotta di Scaloria tra canti, emozioni e movimenti.
Diverse opere, inoltre, sono accomunate da pratiche artistiche che nascono dalla millenaria storia del ricamo e della tessitura, che si traducono in arazzi o installazioni che sembrano dar vita a un grande rito collettivo, volutamente ispirato, secondo l’idea curatoriale, al “corpo politico” del carnevale e di altre manifestazioni analoghe che ricorrono nel mondo afroatlantico per segnare con passaggi rituali il ciclo della vita e della morte.
Un’installazione geopolitica
Le sculture di Daniel Lind Ramos, realizzate con materiali di recupero raccolti dopo gli uragani, le installazioni di Guadalupe Maravilla, che combinano oggetti fatti a mano e oggetti di recupero o quelle dell’indiano di New Orleans Big Chief Demon Melancon segnano momenti di grande impatto visivo nel percorso e, nonostante sconfinino, talvolta un po’ troppo per il nostro gusto occidentale con l’artigianalità, aiutano lo spettatore ad entrare in sintonia con il tema della mostra. Da non perdere è tuttavia l’opera di grande profondità sociale e politica di Alfredo Jaar all’Arsenale intitolata “The End of the World”: un lungo ambiente chiuso completamente immerso nella luce rossa che accoglie una teca al cui interno è un cubo di quattro centimetri quadrati in cui sono compressi dieci dei minerali più critici al mondo (cobalto, terre rare, stagno, nichel, litio, manganese, coltan, germanio e platino): ogni strato del cubo è al centro di forti tensioni geopolitche e del destino dell’ecostenibilità mondiale. Anche dall’altra parte del mondo tutto ci parla del nostro mondo.
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