(Foto di Chantal pinzi)
L’intervista Chantal Pinzi, fotografa comasca e unica italiana vincitrice al World Press Photo Contest con i suoi scatti su una tradizione che esclude le donne
È comasca l’unica italiana tra i finalisti del World Press Photo Contest 2026, il prestigioso concorso internazionale di fotogiornalismo che documenta l’attualità. Il suo nome è Chantal Pinzi, classe 1996, vive a Berlino e ha iniziato fotografando le occupazioni del liceo scientifico Paolo Giovio a Como. Il suo progetto di rilievo documentaristico è dedicato alla Tbourida, la spettacolare arte equestre marocchina, patrimonio dell’Unesco, storicamente preclusa alle donne.
La sua ricerca si concentra sull’osservazione delle norme sociali che impediscono la partecipazione femminile a taluni sport considerati maschili. Chantal Pinzi si definisce un’attivista che usa la fotografia per riequilibrare una visione della realtà che per anni ha tralasciato l’altra metà del cielo. Nella collettiva “World Press Photo 2026” in corso a Palazzo delle Esposizioni a Roma si può vedere anche il progetto “Farisat:Gunpowder’s Daughters” (“Cavallerizze, figlie della polvere da sparo”) della fotografa comasca, premiata nella categoria Stories Africa. Strepitosa la foto in cui l’amazzone Ghita Jhiate, in sella ad uno stallone imbizzarrito, a Siri Rahal nei pressi di Casablanca, cerca di placare il suo destriero.
Il fatto soprattutto di parlare di donne e di scegliere di creare una narrazione che si contrapponga a quella che siamo abituati a ricevere è già una forma di attivismo. La storia è spesso stata raccontata da sguardi maschili e creare una memoria collettiva che contribuisca a formare un nuovo equilibrio è parte della mia missione e dell’inclusione di nuove voci.
Ho cominciato a fotografare durante le autogestioni del liceo Paolo Giovio, a Como, e realizzavo mostre già all’età di 16 anni. All’inizio era un modo per documentare i momenti importanti della mia vita poi essendo sempre stata molto curiosa, volevo vedere nuove realtà e la macchina fotografica mi ha accompagnato nei viaggi in giro per il mondo. Al mio rientro dall’Australia ho avuto il coraggio di scegliere la professione di fotografa anche perché voglio essere parte della storia del mio tempo. L’università frequentata a Berlino(University of Europe for Applied Science ndr.) ha contato nella scelta di una fotografia più documentaristica così come i mentori che mi hanno seguito nella formazione.
Negli ultimi anni ho cercato di concentrare il mio lavoro sulla ricerca di storie di resilienza femminile nel mondo dello sport. Avevo già viaggiato in Marocco per un progetto ancora in corso sullo skateboard dal titolo “Shred the patriarchy” (“Distruggi il patriarcato”) che ho realizzato in vari paesi tra cui India e Etiopia . Poi attraverso le mie ricerche e leggendo la storia di Amal Ahamri, ho capito che anche nella Tbourida la partecipazione delle donne era molto limitata e ho scelto di documentare altre storie.
La nuova generazione non accetta più regole imposte e modelli ereditati e ci si trova di fronte a una naturale evoluzione di processi che sono già in atto nel Paese da anni. In Marocco continua ad esserci una struttura patriarcale della società però c’è stato un rafforzamento dei diritti delle donne e lo vediamo in vari campi tra cui anche quello della riappropriazione del patrimonio culturale.
Non è stato facile fotografare la rappresentazione equestre che si svolge nell’ambito dei festival(moussem) che sono spazi culturali. Tra i più famosi c’è quello di Moulay Abdellah. Uno si trova lì come spettatore insieme a tutta la società marocchina che assiste a queste celebrazioni. Quando si entra nella Tbourida i cavalli costituiscono l’ostacolo maggiore: sono stalloni, quasi sempre agitati prima di esibirsi, e bisogna fare attenzione a muoversi per non essere scalciati. Io ero l’unica, con pochi altri temerari nell’arena, che non era a cavallo. In Marocco ho fotografato truppe diverse composte da donne che sono davvero rare nella Tbourida. Ad esempio, l’unica che ha partecipato al festival di Siri Rahal è stata quella di Zahia Aboulait. Era la prima volta che qui si esibiva una truppa femminile. C’è da notare che le donne non sono ancora ammesse alle competizioni e si autofinanziano con grande determinazione e tanti sacrifici.
Penso che questo aspetto possa trasparire anche dalle foto dove si vede che alla base c’è un rapporto intimo e di empatia. Grazie al fatto di essere una giovane donna, le amazzoni marocchine della Tbourida mi hanno permesso anche di fotografare spazi che non forse sarebbero accessibili a un uomo.
Ho praticato lo skateboard per anni, ma adesso sono una kick boxer e faccio combattimenti amatoriali di arti marziale da cinque anni.
Da Como me ne sono andata via perché mi stava stretta e dopo aver visto il mondo continua ad essere così. In questa città ho i miei ricordi e la mia famiglia e vi ritorno per questo motivo. Quando sono a Como non posso fare a meno di apprezzare ancora di più la sua bellezza.
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