C’è sempre più Francia nei film di Cannes
Il festival del cinema Vale sia per gli autori (16 su 22 sono transalpini) che per le produzioni girate Oltralpe. Ma tutta francese è anche la polemica contro l’imprenditore televisivo Bolloré, sostenitore di Marine Le Pen
Lettura 2 min.Grandeur e polemiche e viceversa. È un meccanismo che si ripete quasi ogni anno al Festival di Cannes, stavolta in maniera ancora più accentuata.
Da una parte la Francia la fa da padrona: su 22 film in concorso, cinque sono di autori transalpini, almeno otto sono ambientati nell’esagono e in ben 16 c’è lo zampino produttivo francese. Dall’altra gli addetti ai lavori sono in fermento e, alla vigilia della 79° edizione della kermesse, più di 600 artisti e lavoratori, capitanati da Juliette Binoche, hanno scritto una lettera aperta contro l’imprenditore Vincent Bolloré, sostenitore dichiarato di Marine Le Pen, definendolo «una minaccia alla libertà del cinema francese». Si tratta dell’azionista principale di Canal +, che con le sue ramificazioni controlla diverse emittenti televisive ed entra in buona parte della produzione audiovisiva nazionale. All’inizio di ogni proiezione, l’apparire del marchio suscita fischi e di buuu in tutte le sale.
Al contrario ovazioni accolgono la comparsa sui titoli di testa del logo del Cnc, il Centro nazionale di cinema e chiave del sistema pubblico di sostegno al settore, che l’estrema destra del Rassemblement national vorrebbe depotenziare in caso di vittoria alle elezioni, ritenendolo la fortezza della sinistra da espugnare. Negli ultimi anni la presenza francese nel concorso di Cannes è diventata massiccia, del resto un processo analogo è in corso a Venezia con quella italiana: da una media di tre titoli del Paese ospitante, si è passati a 5-6 per tante ragioni.
La politica culturale da Parigi
La Francia ha una politica culturale (“l’eccezione culturale”) unica, che la porta a investire molto in progetti dei Paesi che erano in via di sviluppo e ora sono sempre più protagonisti anche sul grande schermo: in questa edizione Haiti, Nepal o Repubblica Centrafricana, per citarne alcuni.
Parigi è da sempre punto di riferimento per gli esuli di tutto il mondo: se negli anni ‘70 lo era per i dissidenti sovietici e dell’Europa dell’est, oggi lo è per chi fugge ai troppi regimi illiberali. Hanno girato Oltralpe con produzioni francesi l’iraniano Asghar Farhadi con “Histoires parallèles” (ispirato a “Decalogo: Sei” di Kieslowski e un po’ deludente) e l’ungherese Laszlo Nemes con “Moulin”.
E batte bandiera tricolore “Minotaur” del russo in esilio Andrei Zviagintsev (vinse il Leone d’oro con il suo esordio “Il ritorno”), girato in Lettonia per l’impossibilità di filmare in Russia dove è ambientato. È la storia, scandita in maniera potente, del dirigente di una grande società che si trova a stilare una lista di suoi dipendenti da mandare al fronte in Ucraina e al contempo scopre il tradimento della moglie. Una vicenda non dissimile da quella ricostruita in “Notre salut” di Emmanuel Marre, una delle scoperte della competizione e ambientato nella Repubblica di Vichy: un oscuro funzionario del ministero del Lavoro, sostenitore del maresciallo Petain alla ricerca disperata di riconoscimenti dall’alto, deve stabilire quali lavoratori mandare in Germania, intanto la moglie manifesta insoddisfazione per il loro rapporto inaridito.
Curioso che ben quattro film siano incentrati su vicende che si incrociano durante la Guerra mondiale e l’occupazione nazista. “Moulin” è Jean Moulin, uno dei capi della Resistenza francese, che cerca di sopravvivere agli interrogatori di Klaus Barbie, il famigerato gerarca della Gestapo.
Lo stesso appare in qualche scena de “La bataille De Gaulle: L’age de fer” di Antonin Baudry, passato fuori gara, sul generale che non accettò l’armistizio e Vichy e difese l’orgoglio nazionale. Nel buon “La troisième nuit” di Daniel Auteil un funzionario della prefettura e un sacerdote, Alexandre Glasberg, uniscono le forze per salvare gli ebrei lionesi e diventeranno “giusti tra le nazioni”.
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