(Foto di KHM-Museumsverband, Theatermuseum_HR)
La proposta In una sola mostra a Udine grandi pittori. Da Monet a Mondrian, Kandinskij, Van Gogh e Picasso. Poi a Codroipo l’attualissima “Nuda Veritas” di Klimt
Lettura 2 min.Dopo essere usciti dalle sale di Casa Cavazzini, a Udine, sembra di aver passato qualche ora in un libro di storia dell’arte di Otto e Novecento. Il percorso della mostra “Impressionismo e modernità. Capolavori dal Kunst Museum di Winterthur” offre infatti un esplorato unico attraverso oltre mezzo secolo di ricerca artistica, da Monet a Mondrian, da Van Gogh a Picasso, da Kandinskij a Magritte, accanto a molti altri protagonisti delle avanguardie storiche. Il filo conduttore, le diverse epoche artistiche, segue storia e intuizione.
Ad ogni sala un punto di svolta. Sin dall’inizio: l’Impressionismo rappresenta l’abbandono dell’atelier - con temi storici o mitologici - con l’artista che esce all’aperto e si concentra sulla quotidianità delle persone, sulla natura dei dintorni e sul momento.
Il “cosa” si sostituisce al “come” e inizia l’arte moderna. “La Foresta di Fontainebleau” (1863-1865) di Monet ne è un chiaro esempio. Di una ventina di anni successivo “Joseph Roulin” (1888) di Vincent van Gogh, che già si muove nella direzione dell’Espressionismo. Più che un postino, un amico sincero e fidato quando per tutti, ad Arles, era il “fou-rou” (il rosso folle).
Altri artisti, a Parigi, cercano nuove forme espressive: prendono vita i “Nabis”, una dozzina di “profeti” post-impressionisti, fra i quali Pierre Bonnard e Édouard Vuillard. Si concentrano su immagini che perdurino oltre il momento, con colori tenui e linee flessuose. Si può così sentire il vento che sferza “Il campo fiorito” (1912) di Félix Vallotton mentre si osserva la sua opera, o la forza riflessiva, assieme ad una certa sensualità non seduttiva ne “La notte” (1908) di Aristide Maillol.
Altra sala altra svolta: il Cubismo scompone la realtà e la rimonta in un modo totalmente nuovo. Agli inizi del Novecento, Pablo Picasso e Georges Braque sviluppano un linguaggio che modifica profondamente la raffigurazione del mondo. Linee e curve rendono mobile una realtà irreale, spianando la strada all’astrazione. Le chitarre e i mandolini di Picasso rendono bene l’idea, come anche la “Natura morta” (1927) di Fernand Léger. Ancora a Parigi, fra le due Guerre nasce il Surrealismo, movimento artistico e letterario formalizzato dal “Manifesto” di André Breton (1924). Nelle opere d’arte entra l’ignoto e il sogno, molto oltre la razionalità precedente.
Qui c’è spazio anche per chi ne getta le basi, come l’ “Autoritratto con la tavolozza” (1924) di Giorgio de Chirico, ad anticipare “Il mondo perduto” (1928) di Magritte o la “Testa che guarda” (1928 o 1929) di Giacometti. L’Astrazione mette il punto a questo viaggio, quella Geometrica di Mondrian, con le sue composizioni, e quella Organica di Hans Arp e Sophie Taeuber-Arp, che sviluppano alcuni principi fondamentali di questa corrente.
Esemplare il quadro di Vasilij Kandinskij, “Forma di scala (su macchie)” del 1929. Con questi artisti, i fondamenti della pittura diventano il modo per rivedere il concetto di percezione. L’oggetto è irriconoscibile: il nuovo equilibrio è tra linea - marcata o più fluida - superficie e colore. Fino al 30 agosto.
Si potrebbe già essere contenti così, ma nel vivace Friuli estivo, a Villa Manin (Codroipo, fino al 6 settembre) è esposta anche “Nuda Veritas” (1899) di Gustav Klimt (1862-1918). La nuda verità è sì nuda, ha un formato verticale che slancia ancor più il corpo della giovane donna, ma nella mano destra porta uno specchio che, come il serpente ai suoi piedi, guarda chi la guarda. Lo specchio può simboleggiare vanità e orgoglio, ma allo stesso tempo rivelare il proprio io interiore.
Anche il serpente è ambivalente: prudente (Matteo 10,16), ma poiché il suo veleno è inefficace contro lo specchio, può indicare anche il superamento delle proprie qualità negative. La grande figura ad altezza naturale è sovrastata dall’aforisma del poeta, drammaturgo e medico tedesco Friedrich Schiller (1775-1780): “Se non puoi piacere a tutti con le tue azioni e la tua arte, accontenta pochi. Piacere a molti è un male”.
Un monito a chi nella critica accademica lo accusava di oscenità. Grandissima modernità, meglio dire attualità: una figura che sfida il giudizio pubblico e reclama con forza la libertà di essere guardata, ascoltata e riconosciuta senza compromessi.
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