Dall’Iraq a Como:«Scrivo di rifugiati
con umorismo nero. È critica sociale»

Intervista Hassan blasim, autore, poeta e regista originario dell’Iraq. Censurato in passato in molti Paesi arabi, si occupa da sempre di migrazione

Rifugiato in Finlandia dal 2004, dopo che il suo film “The wounded camera”, registrato nella zona curda nord dell’Iraq gli aveva creato guai con le autorità locali, Hassan Blasim (poeta, regista e scrittore iracheno) sa bene di cosa parla quando parla di Iraq e di rifugiati. Apprezzato dai lettori europei, ma in passato censurato in diversi Paesi di lingua araba (ora i suoi libri sono vietati solo nei Paesi del Golfo e in Giordania), Blasim ha fatto della satira e del black humor la chiave di lettura del mondo arabo in generale e dell’Iraq in particolare. «Questo stile offre al lettore una distanza dagli eventi tragici fornendo allo stesso tempo una critica sociale e politica che intreccia dolore e umorismo. Questo permette alla letteratura di riflettere la crudeltà e l’assurdità del mondo senza scadere nella ripetizione o nella resa alla disperazione» spiega. L’ironia è per lui chiave di lettura anche di un’altra condizione tragica, molto presente nei suoi racconti: quella del rifugiato, di cui ha parlato alla libreria La Ciurma di viale Lecco, lo scorso weekend, intervistato da Massimo Baraldi.

Ne “Il matto di piazza della libertà” (Utopia) scrive di un rifugiato che prova ad abbandonare la propria identità irachena per adattarsi a un nuovo luogo. Quanto si è ispirato alla sua esperienza personale?

Il mio interesse per la questione dei rifugiati e dei migranti nasce dalla mia esperienza personale. Ma è inutile cercare lo scrittore dentro storie immaginarie. Ciò che presento nel libro non è un’autobiografia mascherata, bensì una pluralità di modelli umani: rifugiati che faticano a staccarsi dal proprio Paese, altri che si integrano in silenzio, e figure molto diverse per sensibilità e capacità di adattamento.

Sebbene l’Occidente si fondi culturalmente sull’idea di individualità, paradossalmente tende spesso a considerare i rifugiati come una massa indistinta, non come individui le cui esperienze, competenze, aspirazioni e il cui rapporto con il nuovo Paese variano profondamente. Ridurre il fenomeno migratorio a un unico modello da studiare o comprendere è, in definitiva, un tentativo superficiale e fuorviante.

Basandosi sulla sua storia e sulle tante storie di migranti che ha incontrato, pensa sia possibile ricostruire la propria identità in modo così radicale in un posto nuovo?

L’esperienza dell’esilio non è mai facile. Ne ho scritto in modo approfondito nel mio libro “Sololand”. Essere sradicati dalla propria “casa” lascia inevitabilmente segni profondi — un vero e proprio shock nella vita di una persona. Alcuni riescono a cambiare e a ricostruire la propria esistenza, altri ricadono indietro, mentre molti restano sospesi tra il passato e il nuovo presente, senza appartenere pienamente né all’uno né all’altro. Come ho già detto, alla fine tutto dipende dall’esperienza individuale, dal bagaglio culturale e dalla capacità di adattarsi alla dura trasformazione che l’esilio impone.

Da dove provengono le vicende de “Il matto di piazza della libertà”?

Come ogni scrittore, ho raccolto queste storie sia dalla lettura sia dall’esperienza. Scrivo da quando ero ragazzo e ho trascorso tutta la mia vita immerso nell’arte e nella letteratura, affascinato dalla meraviglia dell’immaginazione e dal processo creativo in sé. Sono cresciuto in un Paese come l’Iraq, dove le guerre non hanno mai avuto fine, e ho vissuto anch’io anni di spostamenti continui, sia all’interno di Baghdad, sia attraversando i confini dal Kurdistan, passando per l’Europa orientale, fino alla Finlandia.

Nel libro scrive di uno scrittore che sostiene sia possibile conoscere nel dettaglio solo le storie vicine alla propria casa. È così o è possibile occuparsi, scrivendo, di luoghi lontani dalla propria vita?

Molti scrittori hanno cercato di raccontare luoghi lontani, soprattutto oggi, nell’epoca di internet e del flusso ininterrotto di informazioni, in cui qualsiasi autore può documentarsi facilmente su qualunque luogo. In linea di principio, credo che ciò sia possibile, ma la vera domanda è: fino a che punto una scrittura del genere può essere autentica? Alla fine, tutto dipende dall’abilità dello scrittore, dalla sua sensibilità e dal suo rapporto con il luogo di cui scrive.

Scelta che si ritrova nei suoi libri, in cui spesso scrive di Iraq. Perché?

Continuo a raccontare ciò che è accaduto in Iraq perché quanto successo lì è stato un disastro protrattosi per quasi un secolo: guerre continue, violenze, interventi americani e occidentali che hanno lasciato un’impronta profonda sulla società e sugli individui. Questa esperienza non è soltanto materiale narrativo, ma una ferita storica che non si è ancora rimarginata.Per esempio, quando sono arrivato in Finlandia, ho avuto bisogno di molto tempo prima di riuscire a scrivere del nuovo luogo. Per questo la Finlandia non è apparsa molto nei miei testi fino a dopo anni di vita lì, come in Sololand e nella mia raccolta di racconti che sarà pubblicata alla fine di quest’anno. Per me, un luogo ha bisogno di tempo per trasformarsi da semplice geografia a esperienza viva, qualcosa che possa davvero essere narrato.

Ha viaggiato per anni prima di raggiungere l’Europa, esperienza che ha in parte ispirato il suo romanzo “Il Cristo iracheno” (Utopia). Viaggiando ha fatto esperienza della violenza e della disparità di diritti che i migranti devono affrontare.In che modo queste storie parlano del nostro tempo?

I rifugiati sono la grande tragedia della nostra epoca, e credo che questo secolo sarà il secolo dell’asilo e della migrazione per eccellenza. Coloro che annegano in mare o muoiono assiderati nelle foreste non sono incidenti isolati, ma vittime di un sistema capitalistico globale che li ha trasformati in “nuovi schiavi”. In passato, le potenze coloniali andavano a prendere gli schiavi; oggi questi stessi Paesi capitalistici, attraverso le loro aziende e i loro interventi in altre nazioni, spingono molte persone a diventare “nuovi schiavi” che affrontano traversate pericolose e disumane per raggiungere l’Occidente. Questa tragedia non riguarda soltanto i rifugiati: rivela il volto crudele di un sistema globale che ha perso la propria umanità e continua a generare violenza alle frontiere chiuse e ai confini blindati.

Dopo aver incontrato vicende così dolorose, è possibile credere ancora in un’Europa più giusta e con confini più facili da attraversare?

Non nego che l’Europa porti sulle spalle il peso della migrazione; tuttavia, deve riconoscere il proprio ruolo nella creazione di questa crisi e non sottrarsi alle sue responsabilità. Allo stesso modo, anche i giovani dei Paesi di emigrazione hanno una responsabilità: quella di cercare di cambiare in meglio la realtà dei loro Paesi.

Nei suoi romanzi, per citarne uno “Allah 99” (Utopia), offre una visione critica del mondo arabo che ha portato i suoi libri alla censura in alcuni Paesi: com’è la situazione ora?

Il mondo arabo sta cambiando lentamente sul fronte della censura. All’inizio, nessun editore arabo accettava di pubblicare i miei libri, così ho iniziato a diffondere i miei testi online e ho creato diversi siti letterari e cinematografici. Dopo quella che viene chiamata la Primavera Araba, e con il primo successo dei miei racconti in inglese, gli editori arabi hanno cominciato a interessarsi ai miei libri, sebbene con alcune riserve su determinate parole o espressioni. Oggi i miei libri sono disponibili nella maggior parte dei Paesi arabi, tranne nei Paesi del Golfo e in Giordania, dove sono tuttora proibiti.

I lettori europei invece affrontano i suoi romanzi con un approccio diverso: che idea offre del mondo arabo la sua scrittura?

I lettori occidentali variano molto nei loro interessi e nelle loro esperienze. Chi è appassionato di letteratura e conoscenza legge con attenzione, concentrandosi sulla forma, sulla tecnica e sull’immaginazione. I lettori comuni, invece, spesso per mancanza di conoscenza o di familiarità con la letteratura non europea, tendono a letture stereotipate e considerano i libri provenienti dal mondo arabo come se fossero ricerche accademiche o documenti per analizzare un’intera società. Per esempio, nessuno penserebbe di leggere due romanzi italiani e considerarli sufficienti a capire la società italiana: sarebbe necessario studiare la storia, le scienze sociali, la psicologia, la letteratura e molte altre fonti per avvicinarsi alla sua complessità. Allo stesso modo, alcuni lettori occidentali, dopo aver letto uno o due libri sull’Iraq, credono di aver compreso la mentalità di quella società, mentre la realtà è molto più complessa e richiede un contesto più ampio.

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