Due cronisti e un mistero a Montevecchia

Novità In anteprima a Parolario il libro di Michele Brambilla “La signora Gisa è improvvisamente scomparsa”. L’ex direttore de La Provincia, ora al Secolo XIX, ne parlerà con Giuseppe Battarino a Palazzo Natta, alle 18.30

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La signora Adalgisa Lampugnani, detta Gisa, scomparve la mattina del 10 luglio 1981, un venerdì. Fu la servitù – e si trattava davvero di servitù: domestica, cuoco, giardiniere, autista – ad accorgersi della sua assenza quand’erano appena suonate le otto. A quell’ora, come ogni giorno, la cameriera Ines Teruzzi era salita nel la stanza della signora per portarle la colazione e aveva trovato la camera vuota, il letto disfatto e nessun altro segno particolare che facesse pensare a qualcosa di insolito, tantomeno di violento. Mancava persino il pigiama. Possibile che la signora Gisa fosse uscita di casa in pigiama? Nessuno degli altri domestici aveva notato qualsivoglia di strano, né visto la signora scendere le scale, o uscire dal cancello del giardino. Gli arredi della camera erano intatti. Il guardaroba in perfetto ordine, non mancava alcun indumento. Rispettati i cassetti e il loro contenuto. Nulla era stato rubato o risultava fuori posto, e nulla mancava neppure nella scarpiera. Quanto all’automobile, una Jaguar XJ, era lì, parcheggiata nel cortile come sempre. Del resto la signora non aveva la patente. E niente. Era svanita. Sparita. Fuggita, forse?

La villa nascosta

Se si insiste su dettagli come la servitù, la colazione portata in camera, il giardino e su particolari che fanno pensare a una ricchezza, è perché la casa della signora Gisa non era una casa qualunque, e neppure come quelle della buona borghesia. Era una villa, una magnifica villa, segnata però da una austerità quasi giansenista, contagiata da quella spiritualità cristiana che nei secoli precedenti aveva affascinato tanta parte della nobiltà e dei grandi proprietari lombardi, a partire dal Manzoni, e che induceva a una forma di discrezione, quasi al nascondimento delle proprie ricchezze. Chi volesse ancora oggi coglierne l’eredità potrebbe osservare Milano dall’alto, scoprendola con stupore una città verde, verdissima, perché piena, s’intende specie in centro, di giardini interni alle grandi dimore dei signori dei secoli scorsi, i quali appunto – a differenza dei blaguer milanesi e brianzoli dei secoli successivi, molto propensi a ostentare i danée – non amavano mostrare i propri agi e privilegi. Chi abbia avuto occasione, almeno una volta, di salire a Montevecchia – paese sospeso tra la Brianza milanese, quella comasca e quella lecchese – senza dubbio avrà notato nella piazzetta principale una suggestiva chiesetta sulla sinistra e una sontuosa villa sulla destra. La chiesa e la villa sono il biglietto da visita del paese, accolgono chi vi arriva per la prima volta, al termine di una salita e una serie di curve che sono insieme delizia e tormento dei tanti ciclisti della domenica.

La villa della signora Gisa, invece, restava nascosta. Vi si giungeva imboccando un vialetto che si apre sulla destra della piazza, accanto – o meglio alla sinistra – della villa sontuosa che si diceva. Il sentiero scendeva poi verso valle, fino a chissà dove, perché il cammino sembrava interrompersi davanti a una storica osteria che si chiamava allora e si chiama tuttora il Galeazzino. Un’osteria dove da sempre si servono solo due piatti – salame e formaggini, o meglio i furmagétt de Muntavégia – e si versavano e si versano solo due vini, il rosso e il bianco di Montevecchia, così chiamati ed etichettati, senza altre specificazioni. Chi arrivava fin lì, al Galeazzino, del resto, raramente proseguiva oltre. Così accade, ai turisti della domenica, anche al giorno d’oggi. Si fermano a pranzo al Galeazzino, specie sulla magnifica terrazza, dalla quale si vede distintamente fino a Milano e anche oltre, poi se ne tornano verso la piazzetta che si diceva, senza pensare di proseguire e di avventurarsi altrove.

Eppure, poco più avanti, nascosto dietro un lungo mura di cinta e un cancello in ferro battuto, si apriva allora un giardino che sarebbe stato più giusto definire un parco. Al suo interno sorgeva la villa della signora Gisa. Quale fosse l’origine di tanta ricchezza, non fu mai possibile comprenderlo fino in fondo. Di certo si sapeva che Adalgisa Lampugnani era nata a Milano nel 1946 in una agiata famiglia di industriali del tessile. Si raccontava che i Lampugnani avessero frequentato, nel tempo che era stato, alcune tra le grandi famiglie della borghesia lombarda: i Crespi, i Feltrinelli, i Verri, i Pirelli, i Casati e gli Odescalchi, i Breda, i Borletti, i Salmoiraghi. Qualcuno addirittura sosteneva, pur senza aver mai fornito prove convincenti, che nelle loro vene scorresse sangue nobile. Chi diceva dei Melzi d’Eril, chi addirittura dei Borromeo o degli Sforza. Leggende, probabilmente alimentate dalla grande ricchezza che i Lampugnani avevano saputo accumulare nei secoli, ma mai confermate, né tantomeno dichiarate dai membri della famiglia stessa, gelosa com’era delle proprie faccende.

Il patrimonio della signora

Come spesso accade ai grandi patrimoni, anche quello dei Lampugnani si era poi nel tempo assottigliato. Ma la Gisa, che era anche una gran bella ragazza – secondo quella legge metafisica e iniqua che spesso unisce le fortune, chi nasce ricco nasce anche bello – aveva saputo comunque tenersi in alto con uno di quei matrimoni che si convengono in certi ambienti, specie milanesi, perché “a Milano”, recita un vecchio detto, “i soldi sposano i soldi.”

La Gisa era infatti andata a nozze, nel 1970, nella chiesa di Sant’Ambrogio a Milano, con un tal Edoardo Pallavicini detto Dodi, imprenditore e milanese anche el, come si dice nel capoluogo, o anca lù, come dice in Brianza. Al momento del matrimonio il Pallavicini aveva appena trent’anni, ma già alle spalle un passato dai contorni sfumati, nel quale si intrecciavano sussurri di nobiltà e pettegolezzi su un presunto contrabbando di petroli. Sta di fatto che il Dodi Pallavicini era quel che si dice un buon partito. Fu lui a far ristrutturare e rimettere comme il faut la villa di Montevecchia, che era sì proprietà dei Lampugnani, ma da tempo in stato di semiabbandono e tanto degradata che non si riusciva più a trovare acquirenti disposti a immettere grano vero nelle casse esauste della famiglia da tempo caduta in disgrazia.

Se fu vero amore, tra Gisa e Dodi, è difficile dirlo. Di certo, il loro matrimonio durò poco perché Edoardo Pallavicini fece una tragica fine, annegando al largo del Brasile nel 1976 dopo che la sua barca a vela, con cui aveva tentato la traversata transoceanica, era colata a picco durante una notte di burrasca. Il suo corpo fu trovato a riva giorni e giorni dopo da alcuni pescatori e identificato grazie ai vestiti e ai documenti. Mai più nessuno ritrovò, invece, i cadaveri dei compagni di barca e di avventura, anzi di sventura, del Pallavicini.

Rimasta vedova, la Gisa, chissà perché, parve ai conoscenti tutt’altro che affranta, anzi al contrario quasi rifiorita. Aveva trent’anni e una nuova vita davanti, finalmente libera dalle preoccupazioni economiche che avevano segnato la famiglia d’origine, i decaduti Lampugnani. Dal defunto marito, qualcosa – anche se nessuno seppe mai esattamente cosa – aveva ereditato. I soldi non sembravano mancarle, al punto da potersi permettere la villa e la servitù di cui s’è detto, nonché un’esistenza da signora. “Signora”: un appellativo che oggi quasi offende – si preferisce sentirsi chiamare dottore o dottoressa – ma che allora, e in buona parte del Sud ancora oggi, rappresentava il riconoscimento più alto e più autentico: signora, signore.

La bella vedova

Alta e mora, Gisa Lampugnani vedova Pallavicini aveva magnifici capelli ricci e lunghi, che sorprendentemente ancor più parevano attraenti quando lei li raccoglieva in una crocchia di trecce ravvolte, oppure con una coda morbida sulla nuca, perché un bel viso risalta ancor di più quando la chioma gli lascia spazio, luce e visibilità. E quello della Gisa era un volto sublime e inconfondibile, non somigliante a quello di alcuna. Gli occhi scuri, il naso perfetto, appena alla francese, labbra piene ma non volgari, il collo slanciato. Perfino le prime, leggere, macchie sulla pelle, quelle che il tempo comincia a lasciare, sembravano accrescere il suo fascino invece che intaccarlo, e la rendevano ancor più desiderabile. Mirabile era pure il corpo: le gambe dritte e perfette e, quanto al resto, tutto era così seducente da poter scatenare tra gli ammiratori il più antico dei dilemmi maschili, se contino di più le tette o il culo. Una disputa eterna, una sorta di derby senza vincitori né vinti: chi preferisce le prime, chi il secondo. La Gisa, però, riusciva a mettere d’accordo tutti: inattaccabile su entrambi i fronti, o lati che dir si voglia. Il seno era alto, proporzionato, né troppo grosso né troppo piccolo, e il sedere, mai debordante ai lati, sembrava sodo e scolpito come se fosse stato modellato dalle mani di un Canova o di un Michelangelo.

Rebus sic stantibus, la Gisa non fece fatica a trovare un nuovo marito: l’Artemio Mombelli, nato nel 1943 a Cittiglio, nel Varesotto, dove i suoi genitori, milanesissimi, erano sfollati per sfuggire ai bombardamenti. Bell’uomo, generoso e di una certa simpatia, benché un po’ dozzinale, il Mombelli era noto per aver infilato una considerevole serie di conquiste femminili, per così dire di alto livello, conquiste in parte documentate, in parte forse solo millantate. Ma avremo tempo e modo per tornare su questo Mombelli. Qui basti sapere che, al momento della scomparsa della signora Gisa, egli ne era il marito da poco più di un anno. E che, in quella mattina del 10 luglio 1981, fece qualcosa, un mezzo passo falso, che cominciò a proiettare su di lui l’ombra del sospetto.

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