Gastel, quando l’immagine diventa poesia

Mostre Esposti a Palazzo Citterio 250 scatti del grande fotografo, nipote di Luchino Visconti e legatissimo al Lario. Un viaggio nella sua carriera dalle copertine di moda agli still life, dai ritratti alle campagne pubblicitarie, agli scritti

«Per la verità pensavo di fare il poeta». È questo il messaggio di commiato più autentico di Giovanni Gastel (Milano 1955-2021), affidato al documentario che chiude il percorso della mostra “Rewind”, in programma fino al 26 luglio a Palazzo Citterio.

L’esposizione milanese rende omaggio a un protagonista assoluto della fotografia contemporanea, ripercorrendo l’intera carriera di Gastel dalle prime copertine di moda alle composizioni di oggetti inanimati (i cosiddetti still life), ai ritratti, alle campagne pubblicitarie e ad alcuni progetti a lui cari: le icone con immagini femminili di “Fondi oro”, la serie “Angel” e le “Madonne” contemporanee in stile barocco e andino.

Le Madonne

Un progetto di Giovanni Gastel

Curata da Uberto Frigerio

La mostra, curata da Uberto Frigerio e realizzata da “La Grande Brera” con l’Archivio Giovanni Gastel, si presenta come «un viaggio emotivo e immersivo che consente di rivedere a cinque anni dalla morte la sua intera carriera da una nuova prospettiva: non cronologica, ma tematica, poetica e profondamente personale».

«Il suo stile - spiega il curatore - si è distinto per una visione unica, filtrata dalla sua interiorità e contraddistinta dall’uso privilegiato del banco ottico e delle lastre Polaroid 20x25. Tra i pochissimi fotografi italiani a sperimentare la post-produzione digitale fin dagli anni ’90, Gastel ha saputo unire artigianalità e innovazione, analogico e digitale, trasformando la fotografia in un linguaggio riconoscibile».

Il percorso espositivo, allestito da Gianni Fiore, si sviluppa all’ultimo piano di Palazzo Citterio attraverso oltre 250 immagini (140 inedite) dalle prime copertine di moda del 1977 agli still life più innovativi, dalle campagne che hanno segnato la storia della moda, fino ai ritratti di personaggi di primo piano del nostro tempo (Barack Obama su tutti), a cui si aggiungono oggetti personali e strumenti di lavoro.

«È stato Giovanni stesso – racconta Frigerio – a guidarci in tutta la mostra. La ricerca del materiale tra testi e appunti privati è stata condotta con l’intento che fossero le sue parole a raccontare ogni frammento della sua vita, come capitoli emotivi. Ogni sezione nasce dal suo pensiero, dalla sua voce interiore perché nessuno più di Giovanni sapeva trasformare la memoria in immagine e l’immagine in racconto. È un percorso in cui il visitatore non osserva soltanto: ascolta».

Per la prima volta una mostra propone, oltre agli scatti più famosi, anche alcuni dei suoi scritti e poesie, che sono stati da sempre parti integranti del suo immaginario.

Uno, in particolare, rappresenta una sorta di testamento: «E allora inventa, Giovanni, cerca qualcosa che accenda una luce nel buio, qualcosa di perfetto cui ancorare la tua paura del vuoto, del buio, dell’assenza (...). Lancia i tuoi messaggi nella bottiglia, forse qualcuno li leggerà un giorno e se non potrà più venire a salvarti almeno saprà che sei esistito».

Milano, Cernobbio e il lago

Giovanni nasce a Milano nel 1955 da Giuseppe Gastel e Ida Visconti di Modrone, sorella del regista Luchino Visconti. Fin da ragazzo mostra una vocazione artistica, ma la sua carriera di fotografo ha una svolta nel 1981, quando la sua agente Carla Ghiglieri lo avvicina al mondo della moda. La mostra è un omaggio di Milano a un grande milanese, sia chiaro, ma ricorda anche il suo stretto legame con il lago di Como, con Cernobbio e Villa Erba in particolare, che parte dagli anni dell'infanzia: «L’imprinting visuale ed estetico di Gastel nasce nel contesto familiare, dalle persone e dai luoghi da lui frequentati durante la giovinezza: a partire dai genitori e dallo zio Luchino Visconti. Il suo sguardo si forma intorno al lago di Como e alla villa di Cernobbio che è “da sempre - scrive Giovanni - un luogo dell’anima più che un posto geografico”».

Fotografare è una necessità e non un lavoro. Rendere eterno un incontro tra due anime mi incanta.

È il “posto fatato” dove Gastel assorbe un’antica eleganza, l’amore per l’arte e per la natura, e il senso di una luce che trasforma spazi, oggetti e persone. «Fotografare - sottolinea in un altro scritto - è una necessità e non un lavoro. Rendere eterno un incontro tra due anime mi incanta». E l’immagine, ancora una volta, diventa poesia.

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