“Gli inascoltati” di Minonzio. Quello che le notizie non sanno
Romanzo L’esordio del direttore de La Provincia ieri a “Parolario Off”. Con lui Giorgio Gandola. Una riflessione profonda sul senso dell’esistenza
Lettura 2 min.Un pubblico attento e partecipe ha assistito alla prima presentazione comasca de “Gli inascoltati”, esordio letterario di Diego Minonzio pubblicato da Polidoro Editore, evento di chiusura di “Parolario off” alla libreria Feltrinelli. Giornalista di lungo corso, direttore de La Provincia di Como, di Lecco e di Sondrio nonché di Unica tv, si è confrontato con Giorgio Gandola, a sua volta in passato direttore di questo quotidiano nelle sue diramazioni, poi de L’Eco di Bergamo e, a sua volta giornalista di lunga esperienza, oggi editorialista de La Verità. Si sono succeduti alla guida del giornale comasco come, nella finzione letteraria, si badi bene finzione, un nuovo Direttore Responsabile subentra a un vecchio Direttore Responsabile.
Tra esperienza reale e finzione
Finzione, sì, ma nella presentazione tutto assume una sua tridimensionalità, in un confronto brillante che ha alternato riflessioni sul giornalismo, letteratura, potere, ambizioni e fragilità umane, conquistando la platea con ironia e profondità. Gandola ha definito il libro «costruito con la precisione di un orologiaio svizzero», un romanzo che prende avvio dall’attesa di una grande notizia destinata, almeno in apparenza, a cambiare il mondo. Ma proprio da questo presupposto nasce la riflessione centrale dell’opera. «Le esistenze delle persone non sono determinate dalle grandi notizie – ha spiegato Minonzio – ma da piccoli episodi che non finiscono mai sui giornali e che spesso affondano le radici nell’infanzia e nella vita familiare». L’autore ha raccontato come l’idea del libro sia maturata durante il periodo del Covid, nel silenzio irreale di una redazione svuotata dalla pandemia.
Da lì è nata una meditazione sul rapporto fra informazione e vita reale. «Nessun essere umano può caricarsi sulle spalle il dolore del mondo», ha osservato, sottolineando come le tragedie collettive vengano inevitabilmente filtrate dall’esperienza personale di ciascuno. Ampio spazio è stato dedicato alla galleria di personaggi che popolano il romanzo: direttori, inviati, editorialisti, sindacalisti, giovani cronisti e aspiranti protagonisti di una commedia umana insieme esilarante e malinconica. Figure volutamente caricaturali, che diventano metafore universali dell’ambizione, della paura dell’oblio e del bisogno di riconoscimento. «Tutti cercano di sfuggire al cono d’ombra», ha rivelato Minonzio, indicando quella zona simbolica in cui finisce chi perde visibilità e potere. Tra i passaggi più applauditi, il racconto – questo realmente tratto dall’esperienza dell’autore - della giornalista soprannominata “la Multipla”, prima derisa dai colleghi e poi approdata all’Osservatore Romano, con notizia data in prima pagina dal Corriere della Sera, data la sua eccezionalità.
L’importanza dello stile
Un episodio reale che l’autore ha trasformato in una riflessione sul talento spesso ignorato o soffocato dagli ambienti professionali. «Le organizzazioni tendono a distruggere o appiattire chi è diverso», ha osservato. Il dialogo si è poi allargato alla crisi del giornalismo contemporaneo. Gandola ha ricordato come la velocità del web abbia sacrificato approfondimento e qualità della scrittura, mentre Minonzio ha rivendicato il valore dello stile come elemento decisivo della letteratura: «La trama conta meno di quanto si creda. Céline diceva “Della trama non mi importa nulla”. È la scrittura che può rendere universale una storia».
Oltre all’autore del “Viaggio al termine della notte”, caro a Minonzio, non sono mancati i riferimenti agli altri grandi autori amati, da Thomas Bernhard a Dostoevskij e Gogol, modelli dichiarati di una narrativa che usa l’esagerazione e il paradosso per indagare le domande essenziali dell’esistenza. Nel finale dell’incontro, il romanzo è apparso nella sua dimensione più profonda: non solo una satira del mondo dei giornali, ma una riflessione sulla solitudine, sul destino e sulla necessità di trovare un senso nel tempo che ci è dato. «Possiamo fare poco – ha concluso Minonzio – ma possiamo almeno cercare di meritarci il posto che occupiamo». Frase che ha sintetizzato il senso di un confronto intenso e partecipato, accolto da lunghi applausi e dalla sensazione condivisa di avere assistito non solo alla presentazione di un libro, ma a una vera conversazione sulla condizione umana.
© RIPRODUZIONE RISERVATA