Il racconto dell’Iran strappato dal silenzio: «La voce dei giovani iraniani non può essere spenta»

Oggi a Como Greta Privitera, giornalista di Esteri del Corriere della Sera . Ha scritto il libro “LIbertà, libertà!”, una storia del Paese dal 1979 a oggi, costruita grazie al racconto di chi la sta vivendo sulla propria pelle . Ne parlerà alle 18 alla Ubik di Como

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Qualcuno riappare dopo i lunghi giorni di blackout forzato dal regime con un semplice messaggio: «Sono viva». Altri chiamano mentre cercano di lasciare il Paese colpito dalle bombe statunitensi o mandano note vocali mentre marciano per strada chiedendo la libertà e rischiando la vita.

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Sono le voci dell’Iran che in un mosaico di Storia e storie Greta Privitera intreccia nelle pagine del libro “Libertà, Libertà!” (edizioni FuoriScena 2026). Un libro che contiene l’amplissima rete di contatti costruita da Privitera in anni di studio e ricerca giornalistica sull’Iran e grazie alla quale è possibile raccontare l’esistenza quotidiana di chi vive sotto il giogo della Repubblica islamica.

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La giornalista di Esteri del Corriere della Sera oggi, giovedì 15 ottobre, sarà ospite della libreria Ubik di Como alle 18 per raccontare le molte voci di un Paese che non può e non vuole essere messo a tacere.

Dal 2022 a oggi ha raccontato quello che accade in iran senza poterci mettere piede: quanto è difficile svolgere così il mestiere di giornalista, da dietro uno schermo?

Il problema del conflitto iraniano è che si svolge in un Paese pressoché chiuso: a me il visto non è mai stato concesso e in un certo senso è un punto d’onore, significa che per il regime sono scomoda. Se anche me lo dessero, significherebbe girare con una guardia al seguito: non esattamente libertà di stampa. Per questo motivo negli anni mi sono dovuta creare una rete di contatti profonda e vasta.

Da chi è composta?

Ci sono state persone molto note, come Azar Nafisi o Marjane Satrapi, ma anche persone comuni che mi hanno permesso di vedere l’Iran con i loro occhi. C’è una persona in particolare di cui scrivo nel libro, Ghazaleh, che mi ha mandato in tempo reale video girati durante le manifestazioni o che mi ha videochiamato durante i bombardamenti statunitensi. Non è la sola, ma per me è stata molto importante. La mia voce è diventata la voce dei tanti iraniani e iraniane, ma soprattutto iraniane, coraggiosissimi che hanno rischiato anche la morte per raccontare a me quello che stava accadendo.

Quanto le è pesata questa responsabilità nei loro confronti??

In più di un’occasione ho chiesto loro se erano sicure di parlarmi, se non volessero dirmi meno o più avanti nel tempo. Ma la loro necessità di raccontare va oltre la paura, i più giovani in particolare non sono più disposti ad accettare il compromesso tra la libertà e il cappio che l’Iran ha al collo da 47 anni. La loro disobbedienza civile è quotidiana perché sopportano meno dei loro genitori il peso del regime e sono disposti a molto per la libertà.

La disobbedienza civile di cui racconta nel libro è un segno distintivo di questo popolo: qual è il filo rosso degli episodi di resistenza al potere che ha raccontato in questi anni?

La disobbedienza civile degli iraniani non sfocia mai nella violenza, nonostante l’iperviolenza del regime che li soffoca.

La storia che ricostruisce è costellata di promesse infrante, ma che non scoraggiano gli iraniani dal proseguire la lotta per un futuro migliore. Qual è l’unicità di questo popolo?

Proprio questa abitudine alla dissidenza. Ci sono naturalmente altri regimi nel mondo, basta citare la Russia o la Cina, ma la dissidenza lì non è altrettanto diffusa. Gli iraniani fanno rivoluzioni dal 1800: hanno tutti lo stesso obiettivo ed è come se si passassero la staffetta l’uno con l’altro, alla ricerca della libertà.

Perché la loro storia ci tocca e ci deve interessare?

Mai come quest’anno abbiamo capito quanto questa crisi lontana abbia a che fare con noi, anche solo pensando all’aumento del costo del carburante. Poi c’è una cosa che dice Azar Nafisi che io credo verissima: questi giovani coraggiosissimi iraniani difendono anche le nostre democrazie, perché ci ricordano che i nostri diritti non sono così scontati. La lotta della liberazione del popolo iraniano deve essere ascoltata e non strumentalizzata.

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