«Ho esplorato tutto l’Artico e lo racconto: un’area poco nota, ma cruciale. Se la contendono le grandi potenze»
L’intervista Marzio Mian è tra i pochi reporter a raccontare da anni sul campo l’epocale trasformazione della regione polare. E in “Guerra bianca” svela i tanti interessi che le gravitano attorno. Domani sarà alla libreria di via Volta a Erba
Non si pensa all’uranio e nemmeno ai missili quando si pensa all’Artico. Non si pensa, forse, nemmeno troppo alle navi rompighiaccio, che seguono rotte commerciali e marittime complicatissime ma strategiche e nemmeno a quanto il cambiamento climatico stia influendo sulla pesca nelle acque del nord. Eppure è proprio a nord che occorre guardare, secondo Marzio Mian, per capire cosa ci attende in futuro e cosa accade intorno a noi, già oggi. Mian lo racconta in “Guerra bianca. Sul fronte artico del conflitto mondiale” (Neri Pozza) in un reportage che approfondirà domani alle 19 alla libreria di via Volta, a Erba.
Nell’Artico si trova la Northern sea route, una rotta commerciale che oggi, con la guerra in Medioriente e gli attacchi dell’Iran ai Paesi del Golfo, è di interesse più che mai. Quanto peso ha questo aspetto?
È una via ancora complicata dal punto di vista commerciale perché l’Artico è imprevedibile per le caratteristiche ambientali. Detto questo, la tecnologia sta avanzando anche in quel settore e le nuove navi rompighiaccio e le nuove porta container sono pensate per navigare lì. Vengono costruire in Corea del Sud e Finlandia, ma anche in Cina.
La Cina guarda molto all’Artico e a questa rotta: perché?
Per la Cina è sicuramente un obiettivo primario perché ha il monopolio della navigazione commerciale lì. E la Cina ha uno sguardo lungo. C’è un’alleanza con la Russia, perché questo è un passaggio interno russo, anche se la Cina non lo riconosce come interno ma lo ritiene internazionale. Si tratta di una scorciatoia cruciale per le variabili geopolitiche che possono portare a situazioni come quella attuale del Medioriente. Anche quando c’è stato l’incidente nel canale di Suez, nel 2023, si è vista l’importanza strategica di questa rotta. Poi c’è la questione dello stretto di Malacca, in vista di possibili contrapposizioni con gli Usa, ma anche lo stesso stretto di Panama è un passaggio abbastanza instabile, per le pressioni degli americani, per la situazione del Centro America e anche per questioni ambientali.
Ha citato la Corea del Sud, dove si svolgerà il suo prossimo viaggio: perché proprio questa meta?
La Corea del Sud sta diventando un Paese artico: il nuovo governo ha stabilito il ministero dell’Artico sotto il quale vengono gestiti tutti i porti, con l’obiettivo, in un piano quinquennale, di scommettere sulla rotta artica, cioè di agganciarsi alla Via della seta polare, quella cinese. Hanno praticamente destinato i porti a questa vocazione e soprattutto i cantieri navali. E in questo noi siamo penalizzati, a differenza della Spagna che invece è orientata verso l’Atlantico.
Nell’Artico ci sono anche le terre rare e questo è motivo di grande interesse per i Paesi asiatici, ma non solo. Ci spiega perché?
Per l’approvvigionamento di quei minerali che sono fondamentali per le nuove tecnologie: sono i 17 elementi determinanti per definire una super potenza. L’Europa però ne è assolutamente scoperta. Ma sfruttare il processing delle terre rare è altamente inquinante e le democrazie non possono permetterselo: negli Usa ci sono depositi di terre rare anche abbondanti, così come in Svezia però non è semplice sfruttarle… La Cina invece lo fa a casa propria, ma anche in Madagascar e in Cile. Ora i grandi oligarchi della Silicon Valley stanno investendo in Groenlandia con l’intelligenza artificiale per arginare la questione della complessità dello sfruttamento delle terre rare. Quindi l’Artico è centrale per l’Asia ma lo è anche per gli Stati Uniti, condannati a essere autosufficienti: Groenlandia gli farebbe fare un salto notevole permettendogli di passare dallo stato di potenza artica a quello di superpotenza artica.
Quanto è difficile viaggiare in queste zone e quanto dell’Artico ha visto?
Sono l’unico che ha raccontato sul campo tutto l’Artico, soprattutto quello russo, che è una zona di frontiera estremamente sensibile. A settembre invece sono stato nell’Artico canadese, che è tornato a essere cruciale dal punto di vista strategico e politico. Ne parlerò domani a Erba, perché è una parte nuova del mio lavoro che mi ha dato spunti per aprire lo sguardo sulla vicenda della Groenlandia. Lì si incrociano tutte le dinamiche in atto, anche perché l’Artico canadese è ricchissimo di tutto ed è tutto da esplorare. È un El Dorado assoluto ma è costoso lavorarci: devi portarci le persone e poi ci sono gli inuit ed è questa la questione che ci porta in un periodo di nuovo colonialismo, razzismo e imperialismo.
Viaggia da solo di solito?
Dipende. In Canada ero da solo, ma abbiamo questo gruppo (The Arctic Times Project, ndr) con cui ogni tanto lavoro e sempre con i fotografi. La formula novecentesca del reportage con il fotografo paradossalmente oggi appare come una nuova frontiera: ne ho parlato con Alessandro Cosmelli nei campus universitari raccontando il nostro lavoro lungo il Volga. Per il Virginia Quarterly Review ho raccontato invece il confine tra Russia ed Estonia: lì foto e testo si parlano e fotografo e reporter vedono, ascoltano e raccontano insieme.
Nel libro ci sono testimonianze di persone che vivono questi luoghi dell’Artico così imprevedibili. Quanto è importante per il suo lavoro raccogliere queste storie, accanto ai dati e agli scenari geopolitici?
Dico sempre che non mi occupo di geopolitica, ma sono i geopolitici che si occupano del mio lavoro. Sono un reporter e racconto queste nuove frontiere, come l’Artico, naturalmente, basandomi sulle testimonianze e sull’aspetto umano. Certamente lo faccio basandomi sui fatti, sui numeri e su quello che vedo, però il mio lavoro, se si distingue per qualcosa, è anche perché indago nelle idee. Esploro cioè anche le idee che circolano nei corpi sociali, nelle società, nei luoghi.
Anche lungo i fiumi. Ha fatto un reportage dalla Russia, scoprendola lungo il corso del Volga, ma ha fatto qualcosa di simile anche in “Tevere controcorrente”. Perché?
I fiumi sono una chiave per penetrare sia le società che le idee. Anche se abbiamo girato le spalle ai fiumi, la civiltà sta ancora lì. Sono stato in Centro America per un nuovo progetto e mi è capitato di essere a Guatemala City: mi è sembrato molto strano che lì non ci fosse un fiume, anche dal punto di vista dell’orientamento. Siamo abituati a passare sui ponti, per esempio, e c’è una parte della città costruita proprio lungo i fiumi.
L’autore
Marzio G. Mian ha svolto inchieste e reportage in 58 paesi del mondo per i media italiani e internazionali. Il suo viaggio esclusivo dalla Russia lungo il Volga nella seconda estate di guerra ha ottenuto la copertina di «Harper’s magazine» nel numero di gennaio 2024 ed è stato candidato al Pulitzer. Nel 2023 ha ottenuto a Berna il True Story Award, premio per il miglior reportage internazionale. Ha fondato la società giornalistica non profit The Arctic Times Project, con sede negli Usa, che si propone di raccontare sul campo le conseguenze del cambiamento climatico nella regione artica. Ha co-fondato il gruppo giornalistico River Journal Project, racconto multimediale dei temi d’attualità attraverso i grandi fiumi del mondo. Collabora con «Internazionale», Rai, Sky Italia, «Harper’s», «Reportagen», «The Guardian», «Revue XXI», «Le Temps», «Neue Zürcher Zeitung». È tra i giornalisti affiliati al Pulitzer Center di Washington. Per sette anni è stato vicedirettore di «Io Donna», il magazine femminile del «Corriere della Sera». Il suo ultimo libro è “Volga Blues - viaggio nel cuore della Russia (Feltrinelli/Gramma)”. Per Neri Pozza ha pubblicato “Guerra Bianca”, “Maledetta Sarajevo (con Francesco Battistini)”, “Tevere Controcorrente” e “Artico – La battaglia per il Grande Nord”.
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