I nuovi Arsenio Lupin: «Ecco cosa accade ai dipinti rubati»
L’intervista Pompeo Micheli, autore e luogotenente dei carabinieri. Si occupa di tutela del patrimonio culturale e di opere d’arte trafugate
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Quattro tavole di Antonello da Messina sono state rubate in pochi minuti la notte di ferragosto al Museo Regionale Accascina nella città sullo Stretto. Sono opere rinascimentali dal valore inestimabile e teoricamente invendibili, ma non prive di interesse per il mercato criminale. Al MuMe sono stati trafugati una preziosa tavola dipinta sui due lati, che raffigura la Madonna col Bambino benedicente e un Frate francescano in adorazione da una parte e dall’altra un Cristo in pietà, e lo scomparto centrale del “Polittico di san Gregorio”, detto anche “del Rosario”, datato 1473, e commissionato a Antonello da Messina da Fabria Cirino, badessa del monastero di Santa Maria extra moenia. Si tratta della tavola con la Madonna in trono col Bambino e di quelle con l’Angelo e la Vergine Annunciata, ma i ladri nella fuga hanno lasciato sul muretto del museo le due tavole di san Benedetto e di San Gregorio Magno.
Anche Oltralpe gli Arsenio Lupin sono tornati di moda e a un anno circa dal colpo dei gioielli al Louvre di Parigi, sono stati sottratti due Renoir in Costa Azzurra nel museo, che porta il nome del grande pittore impressionista, a Cagnes-sur-Mer.
Di furti, sicurezza nei musei e indagini rocambolesche per recuperare capolavori d’arte inestimabili abbiamo parlato con Pompeo Micheli, già Luogotenente Carica Speciale, del Comando Carabinieri per la Tutela Patrimonio Culturale e autore del volume “La banda dei piedi Scalzi”. L’esperto nel libro racconta le indagini svolte per i due Van Gogh e il Cézanne rubati alla Gnam(Galleria nazionale di arte moderna) di Roma nel 1998 che hanno portato al recupero dei tre dipinti in soli 48 giorni.
Dottor Micheli, come vede il furto degli Antonello da Messina durante la notte di ferragosto al museo regionale di Messina?
Quando ho iniziato a scrivere il libro “La banda dei piedi scalzi” avevo ormai le idee chiare perché mi sono occupato delle più importanti attività di furto di opere d’arte avvenute negli ultimi trent’anni in Italia. Mai avrei pensato che l’argomento potesse diventare così d’attualità. In molti pensano che ci possa essere una moda, ma più che altro si insegue sempre la figura del magnate russo e del committente americano che ha ordinato il furto, invece per mia esperienza questa è una leggenda metropolitana. I furti vengono eseguiti solo per la facilità con cui è possibile realizzarli.
Nel mio prossimo libro racconterò la rapina al museo di Castelvecchio di Verona che dalla città scaligera ci ha portato a Brescia dove c’erano delle opere e da lì mi ha condotto per 205 giorni lontano da Roma di cui 89 giorni in Ucraina dove furono rinvenute le altre. In questo caso come in quello della Galleria nazionale di arte moderna di Roma tutto è avvenuto senza complicazioni. Il furto degli Antonello da Messina a ferragosto è stato fatto in pochi minuti, quello di Roma in una mezz’ora abbondante e quello di Verona in 45 minuti. Nei casi sopracitati che ho seguito c’erano bande organizzate di rapinatori però la dinamica sottesa era quella di avere un basista che fornisce notizie utili per cui il furto diventa facile. È probabile che sia stato così anche per il caso di Messina.
Che cosa manca alla sicurezza dei musei in Italia divisa fra tecnologia e fattore umano?
In alcuni musei in Italia si investe ancora troppo poco in sicurezza. L’importanza della tutela di un dipinto non può dipendere dalle condizioni economiche dell’ente proprietario. Spesso nei musei ci sono figure inadeguate, come il custode che ha un ruolo un po’ diverso dall’addetto alla sicurezza altamente specializzato. Oggi solo in alcuni musei ci sono telecamere e sistemi di sorveglianza e di allarme sofisticati, guardie armate collegate con l’istituto di vigilanza, dispositivi in dotazione come il metal detector, il deposito bagagli e altre misure che servono a limitare i danni. Non entro nella dinamica del furto del Louvre di Parigi, da sempre considerato una fortezza anche se non lo è, ma anche lì, come nel caso della Gnam di Roma al quale ho lavorato, il fattaccio è stato commesso quando c’erano dei lavori in corso e molte persone che gravitavano intorno al museo. In tali momenti si perde l’attenzione e le circostanze rendono il furto facile in quelle istituzioni.
Come è possibile vendere opere d’arte famosissime rubate?
Piazzare sul mercato dipinti rubati come gli Antonello da Messina è un grosso problema. Le bande organizzate che commettono i furti rimediano qualche migliaio di euro. Poi entrano in gioco degli intermediari che per la risonanza mediatica del furto fanno un passo indietro. Le forze dell’ordine subito dopo il furto inseriscono le informazioni delle opere nella Banca Dati dei Beni Culturali illecitamente sottratti gestita dal Comando dei Carabinieri e dal Ministero della Cultura e poi nella Banca dati Interpol. Così le opere d’arte diventano invendibili, ma non prive d’interesse per il mercato criminale. In un caso di furto clamoroso al Museo civico di Bettona(Perugia) nel 1987 una banda rubò 37 opere d’arte tra cui la “Madonna della Misericordia coi Santi Stefano e Girolamo e committenti” del Perugino. Nell’immediatezza furono identificati e arrestati coloro che avevano commesso il furto, ma le indagini poi nel 1991 ci portarono molto lontano dall’Italia fino alla Giamaica. Sembrerà assurdo, ma le opere, che furono recuperate e restituite, erano diventate una sorta di garanzia nell’ambito di un traffico di droga.
Chi sono i sequestratori di bellezza?
Persone che detengono un’opera illecita per contemplarne la bellezza.Mi era successo di lavorare al caso dell’Artemide marciante, una statua straordinaria di età augustea che non era conosciuta e che dall’Italia era finita in Svizzera e da qui in Giappone e in America. Il collezionista la teneva nel suo caveau. Gli piaceva così tanto che aveva ordinato una copia da tenere in giardino. Questa fu scoperta e ci portò ai trafficanti internazionali. Il collezionista che aveva acquistato l’Artemide marciante non poteva sapere che era stata trafugata dai tombaroli da uno scavo clandestino i quali poi si rivolsero a dei trafficanti internazionali. Anche chi è amante dell’arte, quando un’opera non è conosciuta, dovrebbe avere qualche dubbio.
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