Il ritorno dei classici. Tanti ne scrivono, ancor più li leggono

Romanzi. Sui social e in libreria è in corso un vero revival. Vale per i club di lettura dove sconosciuti si confrontano ma anche per libri pensati come guide delle opere-mondo

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Nuove edizioni, copertine, traduzioni, collane: i classici sono “tornati di moda” e stanno vivendo un momento di riscoperta e valorizzazione che va oltre le letture obbligate alle scuole superiori e nei circoli di appassionati.

Ma che cos’è un classico? «Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire» scrive Italo Calvino in “Perché leggere i classici” (Garzanti, 1981). «I classici sono senza tempo» direbbe un conoscente incontrato al bar con cui ci troviamo per caso a parlare della lettura de “Il conte di Montecristo” o di “Cent’anni di solitudine”. Ed entrambi hanno, a loro modo, ragione. Un classico è infatti un libro che è riuscito ad attraversare epoche, gusti, società e a trovare sempre il proprio posto in sistemi editoriali diversi e in continua evoluzione, continuando a dialogare con i lettori.

«Servono a capire chi siamo»

Leggere “I Buddenbrock” o “Anna Karenina” oggi non significa solo leggere un libro scritto alla fine dell’Ottocento e quindi portatore della memoria di una società ormai a noi lontana, ma significa anche - e soprattutto - capire come quella stessa società tardo-ottocentesca non sia poi tanto diversa dalla nostra.

I drammi, i sentimenti, gli intrighi, le storie familiari e gli amori che viviamo tra le pagine dei classici non sono altro che una declinazione diversa degli stessi che oggi troviamo nella narrativa contemporanea, nella nostra società, ma anche nella quotidianità. Come diceva Calvino nel già citato saggio: «I classici servono a capire chi siamo e dove siamo arrivati». Innescano cioè un processo di rispecchiamento e di confronto che inanella passato e presente e futuro. Questo avviene sia a livello letterario, portando a noi oggi vicina una società che non esiste più e spingendoci a confrontarla con la nostra trovando analogie e differenze.

Ecco allora che la crisi dell’individuo di fronte alle convenzioni sociali che attraversa “Anna Karenina” riflette sì la rigidità della società russa ottocentesca, ma si ritrova in forme diverse anche nel mondo odierno, ancora segnato dal giudizio sociale e dal bisogno di riconoscimento. Queste dinamiche emergono anche, ad esempio, nella celebre serie tv britannica “Fleabag”, dove l’identità e i desideri della protagonista si scontrano continuamente con le aspettative sociali e lo sguardo degli altri; e questa stessa tensione si può riconoscere anche nel quotidiano di chi legge, nelle sue scelte e nel suo rapporto con le aspettative altrui.

La riscoperta che i classici stanno vivendo negli ultimi anni è un’ottima occasione anche per risanare la spaccatura creata dalle letture obbligate delle scuole superiori, quando i professori di lettere assegnavano almeno un “mattone” da leggere in estate: un obbligo da adempire, una forzatura che finiva per essere o vana, o sostituita da una corsa al riassunto scritto dal compagno o trovato online.

Si può dire che quasi si è stati fortunati a non leggere certi classici, perché si ha ora la possibilità di scoprirli, con un bagaglio di esperienze sulle spalle - sicuramente più ricco, sicuramente diverso – e con meno pregiudizio nei confronti di una letteratura considerata troppo a lungo alta e altra, inaccessibile senza una base letteraria e un contesto di riferimento.

Una dimensione collettiva

Con questo intento è nato a Como il gruppo di lettura “L’isola dei classici”, realizzato da Libreria La Ciurma e Leggère Book Club, che ogni tre mesi si ritrova per discutere di un classico, scelto insieme ai propri lettori. La condivisione della scoperta (o riscoperta) di un classico, accompagnata da una riflessione su come esso dialoga con il presente, porta l’esperienza di lettura su un ulteriore piano: quello comunitario.

Questo processo chiude idealmente il cerchio: i classici nascono come specchio – più o meno critico – di un’epoca e portano quindi con sé uno sguardo che abbraccia la molteplicità del proprio tempo mettendone in risalto luci e ombre. Rileggerli insieme ad un gruppo di quasi sconosciuti significa riportare il testo ad una dimensione collettiva, allo stesso tempo molteplice e stratificata, in quanto frutto della somma dell’esperienza (di lettura, di persona) che ognuno dei partecipanti porta con sé.

Ridimensionare il timore

A combattere solidi pregiudizi e a ridimensionare il timore reverenziale - ma anche profondamente sociale - che spesso accompagna queste opere mastodontiche ci ha pensato magnificamente Francesca Crescentini, traduttrice e divulgatrice letteraria conosciuta online come Tegamini, con il suo esordio “La vendetta è un ballo in maschera”. Un anno con “Il conte di Montecristo”, pubblicato da Einaudi.

Qui Crescentini affronta il monumentale romanzo di Alexandre Dumas con uno sguardo partecipe, mosso dal desiderio di instaurare un confronto onesto e diretto con il testo. Ne nasce un oggetto narrativo felicemente ibrido e stratificato: insieme racconto di lettura, biografia d’autore, riflessione letteraria e diario personale. Un libro che scivola continuamente da un piano all’altro senza perdere compattezza, trasformando il classico dei classici in un’esperienza intima e profondamente contemporanea.

Un vero mattone metaletterario che suggerisce un nuovo e vivace modo di avvicinarsi a queste opere-mondo. L’autrice racconta la mirabolante vita di Dumas e il suo universo narrativo, ma al contempo esplora anche cosa significhi convivere per mesi con un’opera tanto vasta e totalizzante: lasciare che le sue domande si intreccino alle proprie, che i suoi personaggi si insinuino nella quotidianità e nel linguaggio con cui guardiamo il mondo. La vendetta è un ballo in maschera non è soltanto un libro sul Montecristo, ma anche un’esplorazione del desiderio ostinato di compensazione che nasce dalle ferite e dalle ingiustizie subite, dal bisogno profondamente umano di dare un ordine a ciò che ci ha spezzati anche quando una vera riparazione sembra impossibile. È la rivincita del potere trasformativo delle storie e una riflessione sulla loro capacità di aiutarci a nominare ciò che resta opaco, trovare connessioni inattese e perfino immaginare l’impossibile.

Il timore che oggi accompagna i classici, infatti, non deriva tanto dalla loro distanza temporale, quanto dalla loro imponenza materiale e simbolica: il tempo di lettura che richiedono, l’idea implicita di un’interpretazione corretta, la possibilità di non riuscire a sostenerne la complessità.

A questo si aggiunge una forma di esposizione personale, quasi sociale, che rende la lettura un terreno di confronto non sempre rassicurante. La forza degli esperimenti letterari come quello di Crescentini sta allora nel restituire il classico come un’esperienza concreta e attraversabile, come un libro a cui fare domande e con cui condividere preoccupazioni. Una guida esperta a cui affidarsi, certi che la sua ospitalità ci garantirà riparo e sicurezza. Per entrare in un classico oggi non serve una preparazione impeccabile ma qualcuno capace di mostrarci nuovi modi di abitarlo.

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