In battello a vapore nel Risorgimento
Cultura Per le vittorie nelle guerre di indipendenza del 1848 e 1859 decisivo l’uso dei piroscafi. Due testimonianze dei volontari e la lettera di Garibaldi per ringraziare i battellieri
Siamo abituati, dalla statuaria celebrativa, a immaginare Giuseppe Garibaldi in sella a un cavallo. Provate, invece, a figurarvelo sulla prua di un battello. Può essere d’aiuto il monumento antiretorico che un grande artista, Vincenzo Vela, gli ha dedicato proprio a Como. Se già è stato girato, nel secondo dopoguerra, rispetto alla posizione originaria, in cui guardava verso San Fermo della Battaglia, certo non si offenderebbe a “fare un giro” anche su un piroscafo. Anzi, sarebbe una citazione storica.
L’autobiografia dell’“eroe dei due mondi”
«Padroni del lago di Como coi vapori, non v’era più un solo punto sul lago che non avesse abbassato le aborrite insegne dell’Austria ed innalzato il tricolore». Lo scrive lo stesso Garibaldi nel libro “Memorie autobiografiche”, pubblicato postumo nel 1888 dall’editore Barbera di Firenze. Siamo nel mese di giugno del 1859. Qualche settimana prima, il 27 maggio, i Cacciatori delle Alpi avevano sbaragliato le truppe austriache a San Fermo e il generale già si era sentito una prima volta padrone del lago: «I piroscafi, grazie alla buona volontà dell’amministrazione e de’ loro comandanti, erano nostri, e quindi eravamo noi i padroni del Verbano [ogni tanto, nel libro, confonde il Lario con il Lago Maggiore, nda]». Ma il 1° giugno «una coraggiosa ed avvenente fanciulla», che Garibaldi non osa nemmeno chiamare per nome nelle sue memorie (è Giuseppina Raimondi, da lui ripudiata all’altare il 24 gennaio 1860 a Fino Mornasco), gli era «comparsa in un legno sulla strada da Rubarolo a Varese», per chiedergli di tornare a Como, abbandonata dalle autorità, che si erano rifugiate sul lago temendo l’imminente ritorno degli austriaci. Aiutati dalla popolazione, i garibaldini rinforzano le difese della città e il 4 giugno da Magenta, alle porte di Milano, arriva la notizia della vittoria che galvanizza gli animi. Garibaldi pensa subito a estendere il territorio liberato dagli austriaci e lì entrano in gioco i piroscafi, che prima gli servono per rincorrere le truppe di Urban verso Est e poi verso Nord. «Seguitai colla brigata in Valtellina traversando il lago di Como, da Lecco a Colico, coi vapori - scrive il generale -. Occupammo la valle sino a Bormio, da dove Medici, spingendosi verso lo Stelvio, obbligò i nemici a sgombrare il territorio lombardo».
Da una lettera dello stesso Garibaldi, datata 27 giugno 1859 e conservata al Museo storico di Como a lui intitolato, i battelli a disposizione degli insorti risultano essere: il “Lariano” di stanza a Como comandato da Palmieri; il “Forza” di stanza a Colico comandato da Felolo; l’“Unione” e l’“Adda” a Cernobbio, comandati rispettivamente da Domenico Primavesi e Giacinto Scanagatta. Giorgio Terragni, nel libro “A tutto vapore. Storia della navigazione lariana” (Enzo Pifferi Editore, 1987), riferisce di una portata complessiva di circa 1200 soldati. Due giorni dopo il generale è a Sondrio, dove una targa in via del Gesù ricorda che «col pensiero / a fugare oltre lo Stelvio / l’inviso austriaco / Giuseppe Garibaldi / sostò onorandola / in questa casa dei Guicciardi». Terragni ha anche rintracciato da un privato, a Milano, un’ulteriore lettera, che l’“eroe dei due mondi” inviò il 2 settembre 1859 da Modena all’«Egregio Municipio di Como» per elogiare il supporto ricevuto dai battellieri: «L’Italia - si legge nella missiva - deve una parola di gratitudine a chiunque ebbe la fortuna di servirla e la servirà nell’opera sublime della sua redenzione. Tra questi io devo segnalare i comandanti dei quattro vapori del lago di Como. Quei bravi patrioti della causa nazionale sul lago. Quando i Cacciatori delle Alpi erano appena comparsi a Varese [la confusione geografica continua, nda], i prodi navigatori del Lario avevano gia manifestato agli sgherri dell’Austria la loro completa adesione alla nobile lotta che si preparava contro di essi. I cittadini di Como e del lago conoscono meglio di me il lodevole operato e spero si congiungeranno giustamente nel raccomandarli alla riconoscenza del Sovrano e della intera Italia».
Il memoriale del volontario lariano
I battelli erano già stati protagonisti durante la Prima guerra di indipendenza. Ne dà ampio riscontri il medico, scrittore e patriota comasco Innocenzo Regazzoni, ventiquattrenne all’epoca dei fatti, nell’opuscolo “Le cinque giornate di Como nel marzo 1848”, pubblicato per cura del Comizio Comense dei Veterani nel 1898, come riconoscimento all’autore ormai anziano e infermo (sarebbe morto l’anno dopo). La mattina del 19 marzo «di buon’ora salpava da Como il battello a vapore il “Veloce”, avente a bordo alcuni cittadini armati, diretti dal marchese Rovelli Pietro. Percorrendo a zig zag tutto il lago, quel piroscafo approdava ai principali centri di popolazione, e gli abitanti, già edotti dei fatti di Como e di Milano, si raccoglievano tosto al suono delle campane a stormo, attirati inoltre dall’arrivo di quel battello in ora insolita. Gli armati che stavano a bordo fecero caldo appello agli uomini di buona volontà affinchè accorressero a Como , dove il conflitto stava per scoppiare».
Il racconto prosegue così: «Il battello, dopo aver percorso il lago superiore, giunse a Bellagio, dove imbarcò ancora parecchi armati, e quindi, pieno zeppo si diresse a Lecco. Ivi, appressatosi alla riva, gli armati che si trovavano sopra coperta , coi fucili spianati indussero alla resa la piccola guarnigione di fanti italiani del reggimento “Barone Geppert”, i quali si trovavano già ostilmente attorniati dalla popolazione lecchese insorta. Impossessatisi poi della Polveriera , gli armati del piroscafo, associatisi a quei di Lecco, ne asportarono vari sacchi di polvere pirica, che in parte furono trasportati a Como. Dopo di aver ritoccato Bellagio, il Veloce fece rotta per Como, raccogliendo ancora altri armati , quanti ne potè portare; e così al l’alba del successivo giorno 20 marzo esso sbarcò a Como da cinque a seicento uomini armati alla meglio, ma tutta gente robusta ed ardita , perché avvezza a sfidare gli ostacoli ed i pericoli della navigazione e del contrabbando. Fra questi armati ve n’erano eziandio parecchi provenienti da villaggi lungo il lago inferiore e stati raccolti e condotti, quali dal dottor G. Casella di Laglio e quali da Giovanni Comitti di Brienno».
Un giovane lagliese, il futuro ingegnere Giovanmaria Cetti (1827-1910) di Torriggia, ci ha lasciato una testimonianza in un suo volumetto di “Rimembranze”: «La mattina del 20 marzo, mentre ero ancora a letto, un mio cugino venne ad annunciarmi che a Milano era scoppiata la rivoluzione e che anche Como si era sollevata. Balzai tosto dal letto: finalmente vedevo che si veniva ai fatti ed anelavo di prender parte anch’io alla lotta che s’incominciava per la libertà e indipendenza della patria. Dopo mezzodì, con un drappello di oltre 40 volontari di Nesso, Brienno e Laglio, capitanati dall’ing. Giudici e dal dott. Casella, montai sul piroscafo Veloce, che ci condusse a Como. Avevo meco il mio fucile da caccia, cingevo una sciarpa tricolore e portavo molte palle di piombo. Discesi sulla riva di Como, ci schierammo a due a due e ci avviammo al Municipio... Alcuni dei nostri vennero messi a custodia del campanile di San Fedele, pronti a suonare a stormo appena si prospettasse l’occasione». «La mattina seguente [21 marzo nda] - prosegue Cetti - essendo incominciate le ostilità, io con altri commilitoni, mi recai sul bastione a levante di Porta Torre, dove sorge l’Istituto Castellini [attuale succursale del liceo Ciceri, nda]. Dal bastione facemmo le fuciliate contro la caserma di S. Francesco, ove stava rinchiuso il battaglione di croati, i quali avendo praticato dei vani a guisa di feritoia tra le tegole del tetto, sparavano contro di noi». Decisivo il coraggio di «un ardito popolano» che «con un materasso sulle spalle, coperto da due lamiere di ferro, uscito da Porta Torre, viaggiando a ritroso, avvicinarsi ad una pianta dietro cui erasi rifugiato l’ing.Villa, che con altri animosi erasi slanciato per dar l’assalto alla caserma, [...] lo condusse passo passo contro la porta della caserma, tra le acclamazioni dei presenti». La capitolazione degli austriaci a quel punto è vicina: «Dopo un lungo combattimento, nel quale molti dei nostri rimasero morti e feriti, finalmente i croati della Caserma di San Francesco, vedendosi circondati da ogni parte, si arresero». Il seguito, ovvero la resa del colonnello austriaco nelle mani del podestà Tommaso Perti, è stato scolpito da Vela sul basamento della statua di Garibaldi da cui è cominciato il nostro viaggio nel tempo.
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