La città nascosta e le tintorie del ’500

La storia. In Casa Vietti-Rovelli di piazza Volta sette ambienti con altrettante caldaie allineate. Lì probabilmente si tingevano panni di lana e prendeva vita anche la tintura della seta

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La posa di nuove pavimentazioni in Casa Vietti-Rovelli di piazza Volta (nn. 53-55) è stata l’occasione di una verifica archeologica che ha individuato sette ambienti strutturati per un’antica attività artigianale. Ne ha scritto Pietro Mecozzi “La tintoria rinascimentale di Piazza Volta a Como”, Rivista Archeologica Comense n.° 206 (2024). Le basi circolari sono quel che resta delle strutture murarie di almeno sette caldaie allineate che dovevano avere una forma cilindrica o troncoconica, alte circa un metro, sulle quali si scaldavano tini in metallo dove i tessuti erano immersi a caldo con i mordenti e le tinture. Purtroppo tutto è stato ricoperto, ma le foto pubblicate sulla Rivista Archeologica sono chiare e suggestive: quella tintoria del XVI secolo è paragonabile a quanto ritrovato a Pompei. Probabilmente si tingevano panni di lana, ma iniziava allora anche la tintura della seta.

Nella stessa area anticamente detta Jasca o Aiasca, alcuni contratti del 1616-1618, conservati nel fondo Notarile dell’Archivio di Stato di Como ci rivelano che l’attività delle tintorie si estendeva lungo la riva del lago, sia a Est sia a Ovest della tintoria scoperta.

Gli oggetti

Lo possiamo documentare attraverso i nomi dei proprietari, grazie alla “Microanalisi di una città”, fondamentale studio sulla proprietà edilizia della città murata di Como di Matteo Gianoncelli e Stefano Della Torre.

Il primo atto è firmato 15 gennaio 1616 nello studio del notaio Pompeo Cocquio in parrocchia di S. Maria (il duomo): Camillo Ciceri del fu Giovan Angelo abitante nella stessa parrocchia (così si individuavano le abitazioni, non c’erano numeri civici) vende a Ottavio Maggi del fu Andrea della parrocchia di S Giacomo una tintoria e una casa con piano terreno e superiore in parrocchia di S. Eusebio entro le mura, dotata di molti vani “cum lavandino, et aliis ad usum dictae tintoriae”. L’edificio confinava su tre lati con la strada sull’altro, a Nord, con il lago. Si trovava all’estremo lembo settentrionale dell’Aiasca. Il prezzo era alto: lire 6.400 da pagare in cinque anni, in rate annuali di un quinto del totale, la prima da versare entro il 15 marzo 1617. Pertanto la proprietà sarebbe rimasta in capo al venditore fino al pagamento della prima rata. Al momento la tintoria era affittata e gestita da Giovan Angelo Caspani. Insieme con i muri il venditore cedeva tutta l’attrezzatura della tintoria, e qui il testo dal latino passa al volgare, per ragioni di comprensibilità dei contraenti, ma anche di noi, che oggi leggiamo quel breve inventario.

Aggiungiamo tra parentesi, dove possibile, il significato dei vocaboli desueti: nella tintoria c’erano tre grandi “caldare [caldaie]… da tintura”, tre “curleti“ [carrucole], “due tine grandi per il gualdo”. Il gualdo o gualda è un’erba colorante (Reseda luteola) che “dà il giallo più puro e più saldo che l’arte dei tintori possegga”, ma anche come “polvere di gualdo che s’adopra per far i panni neri” scriveva il novelliere Mattia Bandello (1485-1561). La gualda non va confusa con il “guado” (Isatis tinctoria) le cui foglie e radici danno colorante azzurro.

E poi c’erano altri oggetti utili: “un sigioncello” [piccolo secchio], e “stivalli n.° 4 per lavar li panni al lago”, cioè per sciacquarli dopo la tintura, tre “cavaletti” (per stendere ad asciugare) e “la cepada [fascio di pali piantati nell’acqua?] per lavar li panni al lago”. Molti vocaboli sono andati fuori uso e non si ritrovano neppure nei dizionari dialettali del Milanese e del Comasco, questo vale per “Una badiresia [?] da fuoco” e “una motta” (letteralmente: mucchio, ma di che cosa?). Più comprensibile, alla luce di altri inventari, è il significato di “un brendenale senza piedi per metter nelli fornelli”: i “brendenali” erano comuni nelle abitazioni di un certo livello, erano gli alari del camino, ma sempre citati in coppia, mentre in questo caso è un singolo “brendenale”.

Un’altra vicino al porto

Interessante è poi la citazione di “una cagna et un vilano per le tine”. Nella scrittura del notaio, che è l’ “imbreviatura”, cioè la minuta preparatoria dell’atto, la parola “tina” è scritta sopra la parola “vaselli”, che è cancellata. Il termine vasello era sinonimo di botte, da noi allora poco in uso. Il notaio si corregge perché la botte/vasello si tiene orizzontalmente, mentre la tina si teneva verticalmente, aperta in alto, proprio come nelle tine da cantina, quando si pigiava l’uva. La “cagna per la tina” era un arnese di legno ferrato per chiudere lo sportello, mentre non si capisce che cosa fosse il “vilano per le tine”. L’importanza del contratto dei tintori si evince anche dal tipo di testimoni, oltre a probabili parenti del venditore, i fratelli Severino e Gio Luigi Ciceri del fu Francesco della parrocchia di S. Eusebio, c’erano ben due altri notai, Fabio Lucini e Luigi Dervio.

Pochi mesi dopo, il 6 aprile 1616, lo stesso notaio roga l’affitto di una tintoria dismessa ubicata sul lato occidentale del porto, attuale piazza Cavour, ora sede di Banca Intesa. Era di Pietro Antonio Ciceri del fu Gio. Angelo della parrocchia di S. Eusebio. Due cantine coperte da volta, due stalle, una piccola dispensa, una corte con accesso al lago e al piano superiore cucina, sala, camera da una parte, dall’altra altre tre camere. Quanti B&B ne verrebbero oggi? Allora non si usava, ma un’osteria ci stava bene: se la prendevano in carico per L. 300 annue Simone Cigala del fu Giacomo di Carate, pieve di Nesso, domiciliato a Como in parrocchia di S. Nazaro e Giovan Angelo Luzzani del fu Giovan Maria di Pognana, comune di Quarzano pieve di Nesso. Da sponde opposte, che allora univano più della strada, venivano a stabilirsi a Como per aprire un’osteria quei due laghée. Il Luzzani, da Pognana appena trasferito in città, il 15 aprile stringeva patti col Cigala: la società doveva durare tre anni nei locali dove prima “Gio. Martinelli eserciva la tintoria”, impegnandosi ciascuno al 50% ad investire sia nell’approvvigionamento di mobili e cibarie, sia nella gestione, con pari profitti e perdite, senza attendere ad altre attività. Entrambi avevano un figlio che avrebbe aiutato, dopo giuramento “d’esser fideli et giusti et in servire detta hostaria et trovandosi altrimenti si possino cacciar via fori di detta hostaria et il padre per il figliolo sia obligato al danno verso l’altro compagno”.

La compagnia dura poco, perché il Luzzani se ne va col “putto”; infatti già il 25 agosto 1616 il Cigala stringe nuovi patti con il suocero un altro laghée, Giovan Antonio de Annono del fu Francesco di Torriggia, appena trasferito a Como in parrocchia di S. Nazaro, che s’impegna a “impiegare nella compagnia L. 424”, quanto “li ha messo detto Simone in tanti denari, mobili, vino et altre cose” e “se le donne de detti compagni venerano a Como per servir in detta hostaria, dette donne per tutti li giorni che serviranno in detta hostaria habbino le spese cibarie et soldi tre il giorno per tutti li giorni che serviranno”. Neanche questa volta l’accordo sembra funzionare, non arriva al termine dei tre anni perché si interrompe due anni dopo: il 15 settembre 1618 Simone Cigala torna dal solito notaio di fiducia e concorda con un giovane, Andrea Galli di Lemna, che agisce con l’autorizzazione del padre Domenico. Ancora una volta l’aiuto-oste arriva da un paese del lago. Il titolare di Nesso vanta ora un capitale raddoppiato di L. 924 e soldi 4, il socio mette a disposizione L. 200.

Nel frattempo il 30 marzo 1617 il medesimo notaio Tobia Rusca dava veste giuridica di “pacta ad artem” all’accordo tra un padre di famiglia di Torno, Giovan Pietro Perlasca, e il maestro Girolamo Ricordi abitante in parrocchia di S. Maria, la cattedrale di Como. Il Ricordi era un tintore di seta. Avrebbe istruito Giovanni, figlio del Perlasca, per cinque anni tenendolo in casa sua, offrendogli vitto e alloggio, a carico del padre era però l’abbigliamento del ragazzo. Il Perlasca avrebbe pagato al maestro tintore 12 scudi all’anno (72 lire) per i primi due anni, versandone la metà ogni semestre. Inoltre per i primi due anni il Perlasca avrebbe dato al maestro Ricordi “due brente di vino bono di Torno” all’anno. Il ragazzo avrebbe contribuito al lavoro della bottega negli ultimi tre anni, lavorando come apprendista, sollevando così suo padre da ulteriori spese. Non solo la lana si tingeva dunque, ma ormai la seta si apprestava e diventare il tessuto più importante per l’economia comasca.

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