«La mia Resistenza in cinque romanzi fondamentali»

L’intervista Marco Balzano,scrittore tra i più apprezzati in Italia. A Il bello dell’Orrido parlerà di Fenoglio, Viganò, Pavese, Cervi e Calvino

Il prossimo appuntamento della rassegna “Il bello dell’Orrido”, che si svolgerà sabato al cinema di Bellano, sarà un omaggio alla Festa della Liberazione. Lo scrittore Marco Balzano, in dialogo con il giornalista Armando Besio, racconterà “I cinque libri della nostra Resistenza”. I titoli scelti sono: “L’Agnese va a morire” di Renata Viganò, “La casa in collina” di Cesare Pavese, “I miei sette figli” di Alcide Cervi, “Una questione privata” di Beppe Fenoglio e “Piccoli maestri” di Luigi Meneghello.

Marco Balzano è una delle voci più autorevoli della narrativa italiana, da febbraio di quest’anno è curatore del programma della quindicesima edizione di BookCity Milano. Il suo ultimo romanzo si intitola “Bambino” (Einaudi) ed ha vinto lo scorso anno la ventunesima edizione del “Premio Manzoni al romanzo storico”.

Quali sono stati i criteri che hanno determinato la scelta di questi cinque romanzi?

La tradizione letteraria italiana deve molto alla letteratura resistenziale. Io ho scelto quei libri che mi hanno cambiato la vita e che toccano aspetti esistenziali molto forti. Accanto a questo un altro criterio importante nella mia scelta è stato lo stile. Parlare di quanto accaduto durante la Resistenza, senza una grande penna dietro non ti cambia la vita.

Cominciamo, allora, proprio da “L’Agnese va a morire” uscito nel 1949. Qual è stato l’aspetto di questo romanzo che più l’ha colpito?

Grazie alle pagine di Renata Viganò ho scoperto la presenza fondamentale delle donne nella Resistenza. L’autrice ha messo una donna al centro della narrazione ed in questo il suo è stato un volume anticipatore. Noi abbiamo studiato tardi quanto sia stato importante il contributo femminile alla lotta partigiana, ma questo libro ne ha parlato in modo straordinario. Per me è stata la scoperta del femminile.

Sempre nel 1949 esce “La casa in collina” di Cesare Pavese, il romanzo simbolo dell’impegno politico e del disagio di un intellettuale. È la dimensione esistenziale di questo romanzo che ne ha determinato la scelta?

La caratura esistenziale è stata importante, ma anche la riflessione sulla vigliaccheria. Ci vuole un grande coraggio per volerla e saperla raccontare. Per noi è facile dire che se fossimo vissuti in quegli anni saremmo stati dalla parte giusta della storia. È invece di per sé straordinario tradurre sulla pagina le difficoltà di un’adesione alla lotta partigiana che non per tutti era qualcosa di immediato e naturale. Pavese racconta con maestria i dubbi e le incertezze di una scelta irrisolta.

“I miei sette figli” di Alcide Cervi, uscito nel 1955, narra la tragedia di un padre di fronte alla fucilazione dei suoi sette figli. Cosa distingue queste pagine da tante altre testimonianze sulle tragedie legate alla Resistenza?

Di fronte alla tragedia dei fratelli Cervi si poteva cadere senza colpa alcuna nella retorica o nel patetismo; invece, abbiamo qui un piccolo pamphlet asciutto nello stile e proprio per questo efficace. Spesso vediamo dei film o delle serie televisive che si fregiano della dicitura “tratto da una storia vera”. Credo non sia determinante che un racconto venga direttamente dalla realtà, l’importante è lo stile con cui viene proposto. L’asciuttezza con cui è restituito il dramma dei fratelli Cervi, lo porta di diritto dentro la letteratura.

C’è, poi, “Una questione privata” di Beppe Fenoglio (1963). Italo Calvino scrisse che quello era il romanzo che tutti gli scrittori che avevano vissuto l’esperienza della Resistenza avrebbero voluto scrivere. Condivide questa affermazione?

Certamente e aggiungo che lo stesso pensiero hanno anche i poveri scrittori del 2026. “Una questione privata” sta tutto insieme. L’amore del protagonista Milton per Fulvia è l’amore per la libertà. Non è possibile separare i piani dell’impegno civile e della passione sentimentale, eppure il titolo è sotto un certo aspetto falso. Non è possibile, infatti, separare la questione privata da quella pubblica.

Sempre in riferimento a Beppe Fenoglio, non ha avuto dubbi sulla scelta di “Una questione privata”? A “Il partigiano Johnny” non ha pensato?

Amo molto Fenoglio, ho curato anche delle sue opere per Einaudi, conosco la sorella ed ho frequentato il “Centro Studi Beppe Fenoglio”, ma devo ammettere che non riesco a misurarmi con “Il partigiano Johnny”. È un problema mio, ovviamente.

Infine, abbiamo “I piccoli maestri” di Luigi Meneghello, romanzo pubblicato nel 1964, vent’anni dai fatti raccontati. Crede sia stato utile questo periodo di distacco dalla realtà narrata?

Meneghello ci dà un grande esempio di stile. È uno scrittore ironico e antimaterico, capace di un pastiche linguistico unico. Non mi ha sorpreso vederlo misurarsi con la Resistenza vent’anni dopo. Per lo scrittore c’era probabilmente bisogno che passasse del tempo, che ci fossero vent’anni di incubazione per raccontare quegli avvenimenti.

Questi libri dovrebbero essere proposti ai nostri studenti per comprendere la Resistenza, ma anche per “resistere” a certe scorciatoie storicamente false. È d’accordo?

Non sono uno che grida al fascismo ad ogni piè sospinto, ma di fatto oggi soffia un vento di destra, post-fascista.

Conoscere questi libri è importante non solo per storicizzare certi avvenimenti, ma anche perché sono la metafora della resistenza che oggi dobbiamo fare. L’importante è non far arrivare ai ragazzi questi libri come se fossero caduti dall’alto (“dovete leggerli”). È necessario far vedere anche l’impatto estetico di questi romanzi oltre a quello tematico e politico.

Lei è il curatore del programma della quindicesima edizione di BookCity Milano che si svolgerà a fine novembre. Come si è avvicinato a questo non facile impegno?

Come scrittore ho partecipato a molte edizioni di BookCity, anche perché Milano è la mia città. Quando mi è stato chiesto di fare delle critiche alla manifestazione, non mi sono tirato indietro e le ho fatte.

Ora, nonostante le critiche, mi è anche stato chiesto di rimboccarmi le maniche per questo nostro mondo che legge sempre meno. Credo che gli intellettuali debbano sporcarsi le mani ed occuparsi non solo di se stessi, ma anche della letteratura. Sto provando a portare qualche idea nuova e lavoro con una squadra straordinaria. BookCity è una grande macchina, non facile da guidare. Comunque vada, non potrò dirmi di non averci provato.

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