«La violenza del potere, una lezione dal medioevo»

Lo scrittore Carlo Lucarelli ha completato il terzo volume della sua fortunata “Storia dell’omicidio”. «La crudeltà allora poteva essere una forma di comunicazione molto potente: e ciò accade ancora oggi»

Le sfumature della violenza possono essere infinite, a maggior ragione in un’epoca così particolare e complessa come il Medioevo.

In “Nero come il terrore” (edito da Solferino, pp.528, 20 euro), terzo volume della fortunata “Storia dell’omicidio” dello scrittore Carlo Lucarelli e del criminologo Massimo Picozzi, veniamo immersi in un racconto che analizza personalità storiche in un contesto caratterizzato da complotti, omicidi, battaglie e fanatismo religioso. “La Provincia” ha incontrato Carlo Lucarelli.

Lucarelli, con “Nero come il terrore” siamo giunti alla terza avventura della saga seguendo un percorso a ritroso. Qual è la differenza tra paura e terrore?

Credo che la differenza sia sostanziale, e sicuramente il terrore è molto più negativo. Occupandomi di paura da diversi anni, la ritengo un concetto addirittura positivo. La paura è stimolo di conoscenza, una sensazione che non ti lascia indifferente perché ti porta a dover risolvere un problema. Il terrore invece è la reazione negativa alla paura. Qualcosa che non consente a chi lo prova di schiudersi. Ti immobilizza, porta a non reagire e scappare.

Veleni, roghi e congiure. Sono moltissimi i casi presi in esame nel libro. Quale tra questi non conosceva e l’ha colpita di più?

Ho scoperto davvero moltissime cose. Con questo libro cerchiamo di fare una storia dell’omicidio e il medioevo sotto questo punto di vista è ricchissimo. Su tutti mi hanno sorpreso i processi agli animali, i quali venivano uccisi con le stesse spese, gli stessi metodi di crudeltà e lo stesso dispendio di energie utilizzati per i processi agli umani. La logica medievale prevedeva che se una bestia aveva provocato un danno, questa andava sacrificata. Altro tema sorprendente riguarda le crociate dei bambini: una forma di fanatismo assurdo che ha portato anche i minori ad affrontare la vita in un certo modo. Diciamo che nel corso del Medioevo c’è un concetto della vita umana molto particolare.

Come si fa a distinguere la storia dalla leggenda?

Abbiamo studiato davvero molto per cercare di capire quali fatti fossero attendibili rispetto ad altri. La tendenza è stata quella di mettere da parte le cose esagerate, pur mantenendo un occhio di riguardo ai fatti veri. Ci sono infatti diversi episodi che sembrano derivare da leggende, ma che in realtà sono accaduti. In questi casi l’analisi attenta delle fonti fa la differenza.

Nel medioevo occupano un ruolo importante anche vendetta e delitto d’onore…

Sono comportamenti interessanti da analizzare, a maggior ragione se pensiamo che la mentalità vendicatrice si è mantenuta nel tempo. Penso alla concezione della donna e alle persecuzioni, le quali non escludono nemmeno i bambini. Tutt’oggi sentiamo casi simili. Quando al delitto d’onore, in Italia è stato abolito nel 1981. Tutti aspetti che dovrebbero far riflettere.

Lei ha scritto «Nel Medioevo la violenza esibita è una forma di comunicazione e prevenzione potente». Potremmo definire i processi pubblici un momento liberatorio per la popolazione che assisteva?

Sicuramente sì. Questo in realtà avviene anche adesso, con le dovute proporzioni. Pensiamo ad esempio ai social, dove frequentemente verifichiamo lo scatenarsi della violenza di massa contro qualcuno. La gente ha sempre avuto bisogno di sfogarsi. Il problema è che un tempo la violenza era amministrata dal potere, perciò risultava difficile limitarla. L’aspetto che sottolineavo prima sugli animali aveva delle valenze ben precise: non si trattava solo di scaricare l’odio ma rappresentava anche una forma espiatoria. Era allo stesso tempo un rito e un’ammonizione verso la popolazione, che doveva non commettere reati per continuare a vivere.

Esistono davvero le “anime nere”? Assassini si nasce o si diventa?

Credo che assassini si diventi, nonostante nel libro troviamo diversi casi di persone che hanno avuto problemi psicologici sin dalla nascita. Credo però che in base ad alcune circostanze sfortunate come abusi a livello infantile, mancanze o famiglie disfunzionali, sia più facile essere predisposti ad azioni violente.

Lei ha detto «I meccanismi del male sono sempre gli stessi». Questo libro è un racconto anche psicanalitico sulla natura umana oltre che sui fatti storici? Quali punti di incontro vede tra la violenza di allora e quella di oggi? Cosa cambia invece?

Sicuramente troviamo coincidenze a livello psicanalitico. In fondo questa è la bellezza di trattare argomenti a carattere storico. Non si scelgono argomenti belli e fini a sé stessi. Si prediligono piuttosto racconti che diventano interessanti proprio perché hanno a che fare con il mondo attuale. Potere, denaro, sesso, religione. Tutti elementi che nei secoli sono stati motivo di scontri, ieri come oggi. Facciamo le stesse cose per gli stessi motivi e delle volte anche nello stesso modo, dunque i paralleli con la nostra società sono evidenti. Un tempo forse mancava il controllo verso chi deteneva il potere, il quale di fatto agiva a proprio piacimento. In ogni caso, e la situazione odierna lo dimostra, il fanatismo religioso, il terrorismo e l’intolleranza sono ancora quelli di un tempo. Oggi sicuramente è cambiato il modo di reagire alla violenza da parte di chi non la pratica.

Al libro, come avvenuto per i due precedenti testi, sarà affiancato il podcast. Come valuta questo connubio? La soddisfa il metodo di scrittura a quattro mani?

Sperimentai il sistema di stesura a quattro mani con Andrea Camilleri e ne rimasi soddisfatto. Poi ho portato avanti tale strategia con Massimo Picozzi e da questa ne sono nati quasi venti libri. Ormai è il mio “compagno di merende” da diverso tempo. Devo ammettere che il metodo funziona molto bene perché ci scambiamo e riscriviamo le cose, in modo che ognuno possa integrare gli argomenti grazie alla propria competenza. Quanto al podcast, oltre che bello farlo penso sia utile agli appassionati. Libro e podcast sono mezzi totalmente diversi. Attraverso la voce, la mente tende a muoversi in modo diverso, la parola diventa evocativa. Ritengo dunque sia un punto di forza.

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