Cultura e Spettacoli
Mercoledì 18 Febbraio 2026
Le Alchimiste riscoperte e il genio di Kiefer
La mostra Il grande artista tedesco espone 42 maxi installazioni pittoriche nell’iconica Sala delle Cariatidi a Milano: «Questo luogo mi ha subito affascinato e ispirato». Un pantheon al femminile che va da Cleopatra a Caterina Sforza
O lo ami o lo detesti. Anselm Kiefer è monumentale, strabordante, ti lascia sospeso su un precipizio, ma mai indifferente. Per la sua mostra “Le Alchimiste” alla Sala delle Cariatidi si è scomodato un paragone gigantesco che riporta a più di settant’anni fa, all’esposizione di “Guernica” nel ‘53, negli stessi spazi bombardati dagli americani dieci anni prima.
Niente di meno. Eppure chi ha avuto la fortuna di vedere i “Sette Palazzi Celesti” ai Pirelli Hangar in Bicocca e poi le 42 maxi tele pittoriche di Palazzo Reale resta sospeso tra stupore e vertigine. Perché, forse, sente di aver assistito a qualcosa di storico, di clamoroso. Perché Kiefer è un artista carismatico come pochi, ma anche simpatico e pronto alla battuta, come ha dimostrato alla conferenza stampa di presentazione della mostra. E sa essere immaginifico ed evocativo com’era Picasso. Anche se solo la storia potrà dire se avrà retto il confronto con il giudice più implacabile: il passare del tempo. Quel che è certo è che da anni non capitava di vivere una simile emozione all’anteprima di una mostra.
Il dialogo tra tele e statue
“Kiefer. Le Alchimiste”, con i suoi imponenti teleri simili a paraventi, è stata promossa dal Comune di Milano, prodotta da Palazzo Reale e Marsilio Arte e curata dalla storica dell’arte Gabriella Belli. La mostra dell’artista tedesco (Donaueschingen, 1945), una delle figure più autorevoli della scena contemporanea internazionale, rende omaggio alle alchimiste con un nuovo ciclo pittorico, concepito appositamente per Palazzo Reale, dove resterà esposto fino al 27 settembre. I 42 teleri, dedicati a quelle donne che «attraverso l’alchimia hanno dato un contributo fondamentale alla nascita della scienza moderna», dialogano con l’architettura della Sala delle Cariatidi, progettata da Piermarini nella seconda metà del ’700 e dove l’incendio del 1943 ha gravemente danneggiato, quasi cancellandoli, proprio i corpi delle 40 sculture delle donne di Caria che sorreggevano la balconata perimetrale.
«L’allestimento - come sottolinea Natacha Fabbri nel suo saggio in catalogo - frammenta e moltiplica le donne di questi teleri in un caleidoscopio di immagini che si ricompongono in modalità sempre diverse, che generano meraviglia attraverso il gioco di riflessione creato dagli specchi della sala e dalle imponenti tele. In questo spazio scisso e solenne, il visitatore non è più spettatore, ma si trova immerso nel processo trasmutatorio». La location non è un dettaglio e, per ammissione dello stesso Kiefer, la mostra è stata pensata proprio per la Sala delle Cariatidi, «un luogo che mi ha subito affascinato ed è stato preziosa fonte di ispirazione».
I grandi dipinti delle Alchimiste, concepiti come un’opera unica profondamente simbolica, intrecciano temi centrali nel lavoro dell’artista: mito, storia, memoria collettiva, identità, distruzione e rigenerazione. «La mostra - ha spiegato la curatrice - costruisce un vero e proprio pantheon al femminile, con un’operazione di recupero storico che riflette sul vissuto di queste donne di cui fino a qualche decennio fa poco o nulla si conosceva».
Eroine o streghe? Angeli o demoni? Proto-scienziate o ciarlatane? «Le Alchimiste – sottolinea Gabriella Belli – erano donne sapienti, dotate di grande intelligenza intuitiva e rigore, visionarie e resilienti, ma forse anche per questo marginalizzate, perseguitate e talvolta condannate dalla cultura dominante. Pur partendo dalle arti alchemiche e praticandole ebbero il coraggio di sovvertirne le priorità per aprire con i loro “secreti” le porte alla scienza moderna».
Un ruolo centrale, anche alla luce dello speciale legame con Milano, lo occupa Caterina Sforza, scienziata, condottiera e autrice di un manoscritto con 450 ricette per medicamenti, cosmetici e formule alchemiche. Accanto a lei Isabella Cortese, alla quale è attribuito uno dei più celebri libri di segreti del Rinascimento. Ma anche Cleopatra (tra le poche che si vedono attribuire un ruolo autoriale nella tradizione alchemica dalle fonti greche), Cristina di Svezia (che trasformò Stoccolma in un centro di mecenatismo europeo), Margaret Cavendish (una delle pochissime filosofe del ’600) e tante altre figure meno note, tra cui Sophie Brahe, figura-ponte tra cultura cortigiana e laboratorio, che con le sue braccia levate al sole rappresenta l’immagine simbolo della mostra.
Piombo, oro, fiori e cenere
Le opere stesse si configurano come veri e propri laboratori alchemici, in cui piombo, zolfo, ossidi, oro, fiori e cenere compiono la loro trasformazione, sottoposte alla violenza della fiamma ossidrica, cosparse da una materia corposa a tinte plumbee, da dove affiorano i corpi e i volti delle alchimiste. «Interpretando il pensiero alchemico come un percorso di passione, morte e rigenerazione - aggiunge la curatrice - Kiefer riesce a ridare voce, corpo e autorità a un sapere femminile a lungo rimosso, sottraendo le alchimiste a secoli di “damnatio memoriae” e riconoscendo nel loro operare una profonda affinità con il proprio processo creativo».
L’artista, che non dimostra gli 80 anni che gli attribuiscono le biografie, in conferenza stampa la guarda sornione, sorride e annuisce: «Non avrei saputo dirlo altrettanto bene. Quando prendono la parola le donne va tutto meglio. Ma non parlate di mostra femminista, perché non lo è». La curatrice Belli, di rimando: «È semplicemente un atto di giustizia, un riconoscimento. Arte, empatia, condivisione. E prima di tutto pittura». Kiefer si illumina e conclude: «Invincibili, le donne!». Applausi.
© RIPRODUZIONE RISERVATA